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Che fine ha fatto? Tino Costa, il cannone “zurdo” che si inceppò con Sousa

Alessio Vannini

La storia di Tino Costa sembra uscita direttamente da un romanzo sudamericano. Originario di Las Flores, a soli dieci anni lavorava già in una panetteria per aiutare mamma Viviana a tirare avanti la famiglia. Il soprannome "Tino"? Glielo dette il nonno per via della somiglianza con il personaggio di una telenovela. La sua strada verso il professionismo è stata un'odissea: provò a fare un provino con il Boca Juniors andandoci in autostop con il padre, ma la pioggia fece saltare tutto; poi tentò con l'Estudiantes, nascondendo un polso fratturato pur di giocare, finendo per svenire dal dolore al primo contrasto. La svolta arrivò il 16 dicembre 2001 (data che si è persino tatuato sulla pelle): a soli 16 anni salì per la prima volta su un aereo in maglietta e ciabatte, diretto verso l'isola caraibica della Guadalupa. Non sapendo neppure come slacciarsi la cintura di sicurezza, una volta atterrato pianse di solitudine per settimane. Lì lavorava in un supermercato, correva su e giù per le colline alle 5 del mattino e giocava in un torneo amatoriale tra calci volanti e botte da orbi, prima di riuscire finalmente a sbarcare in Francia per iniziare la sua scalata tra Racing Parigi, Pau, Sète e la consacrazione a Montpellier.