SPECIALE VN: Sportiello, tra destino, infanzia, paure e quella volta nello stanzino

Alla scoperta di Marco Sportiello: da Nese fino a Zingonia, con una tappa in Toscana, dove il suo allenatore lo chiuse in uno sgabuzzino per insegnargli la professionalità

di Giacomo Brunetti, @gia_brunetti

Iniziò tutto così, due alberi ed un ragazzino nel mezzo: i soliti amici, la vita monotona di un paesino come Nese sperso nella provincia di Bergamo e le tentazioni giovanili, scansate grazie agli allenamenti. Non ha mai pensato di smettere Marco Sportiello, piuttosto di non essere all’altezza, come quando a Seregno si chiuse in sè stesso, lontano da Zingonia e dalle certezze: già, Zingonia, la casa di uno dei migliori settori giovanili d’Europa dove l’occhio guarda sempre oltre l’apparenza e la lungimiranza è pane quotidiano, luogo in cui si sono forgiate le caratteristiche divenute fondamentali per quel ragazzino che, posizionatosi tra due alberi, iniziò la sua storia. I momenti difficili non lo hanno mai abbattuto, come quando all’esordio ne prese undici finendo sporco di fango fino alla testa: lo Spo, così come lo chiamano gli amici – quelli di una vita, compagni di un’esistenza piena di introspezione – viveva con il mito di Sebastiano Rossi e muoveva i primi passi nella scuola calcio Zibido San Giacomo, dove “ha giocato solamente un anno, era piccolo”, ci hanno assicurato a telefono. Questo è Marco Sportiello, zaino in spalla e partenza per Bergamo: era il 1999, aveva fatto tutta la trafila dei provini con l’Inter ma ne bastò uno solo con l’Atalanta per scegliere dove diventare grande. Probabilmente già all’epoca amava la comodità, quella nel vestirsi e nello scegliere le macchine: un ragazzo semplice, incline alle tentazioni solo davanti ad un bel piatto di lasagne ed un film di Mel Gibson, il suo attore preferito.

Paura? Solo della morte, dei cani grossi e dei petardi“, parola di Sportiello, anche se quella volta che Frezzolini gli mise una lucertola in una scarpa non fu certamente una passeggiata. Ma anche di non farcela, per fortuna che Massimo Biffi, suo preparatore in Primavera, lo convinse ad andare a giocare: “Cosa ci fai a stare in Primavera?”. Detto, fatto e valigia pronta per Seregno: lui non crede al destino, soprattutto in ambito lavorativo, “dove magari certe cose sono già scritte, ma devi essere tu a farle succedere”, come ha raccontato a La Gazzetta dello Sport.

Ripartì da Seregno, in Serie D, dove trova Aldo Monza ad allenarlo: “Era un ragazzo giovane – ha raccontato in esclusiva ai nostri microfoni – si vedeva che aveva potenzialità: davanti a lui c’era Tunno, un classe ’90, ma l’idea era quella di dargli spazio, anche grazie alla regola sui giovani. All’inizio non giocò molto ma si vedevano le sue qualità”. L’Atalanta sembra non credere in lui, cedendolo in comproprietà al Seregno e prestandolo, l’anno successivo, al Poggibonsi, in Seconda Divisione. Sulla panchina dei toscani c’è Fabio Fraschetti, colui che lo mise davanti alla sua immaturità professionale: era giovane, aveva diciannove anni e qualcuno doveva educarlo sotto quel punto di vista. “Eravamo in ritiro a Chianciano – ha raccontato il tecnico in esclusiva ai nostri microfoni – e non si stava allenando bene: lo chiusi dentro ad uno stanzino, lo ripresi, aveva la mentalità di un ragazzo ma successivamente crebbe, era un predestinato. Giocava come “under”, era più giovane anche per l’età della quota, dipendeva solo da lui. L’anno dopo andò a Carpi, dove incontrò Giuntoli”.

Già, proprio l’attuale direttore sportivo del Napoli che ha fatto di tutto per vestirlo di azzurro. Appena si parla di Sportiello, però, Fraschetti ricorda subito: “Un ragazzo simpatico, ha l’umiltà di ricordarsi da dove è partito, con Marco ci sentiamo”. In Toscana trova anche Riccardo Di Pisello, preparatore dei portieri ed uno dei maestri per la sua carriera, un insegnante vero, non come quelli della scuola: un giorno accompagnò un suo amico all’Università e gli tornò l’ansia, quella che provava durante le interrogazioni di inglese dovendo stare in piedi davanti a tutta la classe, oppure quando la professoressa di Lettere lo sbatteva fuori dalla classe a causa del suo vocione. Caro Marco, è successo a molti giovani: piuttosto la scuola divenne un problema quando, alle elementari, gli facevano pesare il fatto di dedicarsi al calcio, lui che a dieci anni faceva Milano-Bergamo per allenarsi.

“Hai fatto bene, anzi benissimo, se arriverò in un grande club ti porterò con me”, questo fu il concetto con il quale il portiere e Giuntoli si salutarono in Emilia-Romagna: conquistarono insieme la Serie B, Sportiello tornò però a Bergamo. “Non voltarti mai, non voltarti mai, se vuoi essere il primo lo sarai”, canta Mondo Marcio in “Il Primo”, la canzone preferita dal giocatore, essenziale prima di ogni partita. E lui certamente non si volta, rimane all’Atalanta e si gioca le sue carte alle spalle di Consigli e Frezzolini: nel frattempo ha trovato l’amore, Sara Abbiati, agente Fifa, alla quale dedica il suo numero di maglia, il 57 per lei che è nata il 5 luglio. Destino? Stavolta Marco potrebbe crederci: “Perché quella sera né io né Sara dovevamo uscire: lei non ne aveva voglia e venne a quella festa solo perché c’era un suo amico a Bergamo, io avevo perso 4-0 in casa con il Parma e di solito sono tipo da Se perdo sto a casa“.

Quando tornò a Zingonia, dopo che al termine dell’avventura a Poggibonsi l’Atalanta lo aveva riscattato, era sempre quel ragazzino che se ne era andato tre anni prima ma con la consapevolezza di potercela fare: le paure erano scacciate, si trattava solamente di far emergere le sue qualità. Sicuramente, quando rientrò negli spogliatoi non aprì Facebook: “Io quelli che sono ancora dentro lo spogliatoio e già scrivono Grande partita, ragazzi mica li capisco: perché lo fanno? – ha raccontato a La Gazzetta dello Sport – E che bisogno c’è di mettere certe foto così private, di dire sempre a tutti dove sei e cosa fai? Un giorno me lo sono chiesto perché ero anch’io così”. E’ un ragazzo sincero, come quando parla di donne: “Quando ero sui social li usavo soprattutto per rimorchiare: adesso mi sentirei ridicolo”.

Marco Sportiello aspetta un’opportunità a Bergamo, trascorre i primi mesi in panchina ma ancora una volta il destino, quello in cui crede – o almeno a cui crede in parte – gli permette di mettersi in mostra: se quel giorno esordì contro il Catania, un grazie lo deve certamente a quel bambino che attaccò la varicella a Consigli, compagno che prima della gara gli mandò un messaggio ricordandogli di come anche lui avesse esordito contro i siciliani. Sportiello confeziona una grande prestazione, ottenendo una presenza contro il Cagliari nella gara successiva prima di racimolarne un’altra fino al termine della stagione. In estate, il Sassuolo prende Consigli e Sportiello viene promosso: para i rigori di Palacio e Higuain, inizia a farsi conoscere al grande calcio, conquistato dopo una gavetta partita dalla Serie D. Arriva l’Under-21, prima della chiamata di Conte per lo stage in vista dell’Europeo: rimane fuori dalla lista dei trenta pre-convocati.

Ma quando arriva Gasperini, lui rimane fuori dall’Atalanta dei giovani: c’è gloria per tutti, da Caldara a Gagliardini, tranne che per Sportiello, costretto a guardare dalla panchina i suoi compagni, passati anche loro dalle stanze di Zingonia. L’allenatore non lo perdona, una lite a causa del mercato promuove Berisha titolare: lascerà nuovamente Bergamo, stavolta in veste definitiva, salutando la provincia che lo ha cresciuto, fin da quando giocava nei prati di Nese, frazione di Alzano Lombardo, parando i tiri del cugino in mezzo ai due alberi. Nella speranza che l’unica panchina da ricordare sarà quella su cui salì a diciassette anni per scappare da un dobermann che lo inseguiva: d’altronde si sa, il trucco è voltarsi senza correre. Ma a Marco così non piace, lui va veloce e non si volta mai indietro. Almeno non adesso.

In collaborazione con Stefano Rossi

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