L'importanza di trovarsi dalla parte giusta della storia, come è capitato all'allenatore viola rispetto al suo collega giallorosso

Sebastien Frey

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C'è stato un tempo in cui la stagione della Roma e quella della Fiorentina andavano a braccetto. Ve lo ricordate tutti, no? Dopo la sosta di settembre, giallorossi e viola riapprocciavano il campionato con rispettivamente 2 e 3 punti nelle prime tre giornate. Per De Rossi (sembra un secolo fa) pareggi con Cagliari e Juventus in trasferta e sconfitta con l'Empoli in casa, per Palladino solo X a Parma e al Franchi con Venezia e Monza. Poi la sconfitta di Bergamo per la Fiorentina e l'ennesimo pareggio, 1-1 a Genova, per la Roma. Due andamenti estremamente deludenti.

Which way?

Come di fronte ad un bivio chiamato falsa partenza, Friedkin e Commisso hanno scelto di separarsi e di imboccare uno la strada della pazienza, l'altro quella del cambiamento. Ecco il patatrac a Trigoria: via De Rossi, dentro Juric e stagione, col senno di poi, ampiamente compromessa. Nell'arco di nove partite, delle quali la Fiorentina ne ha vinte otto e pareggiata solo una, la Roma ha accumulato addirittura 15 (quindici!) punti di ritardo rispetto ai viola, un divario gargantuesco se pensiamo in prospettiva alla corsa per le posizioni europee. Il pur affidabile ed esperto Ranieri difficilmente riuscirà a colmare questa voragine, e la differenza sta tutta nella fiducia riposta dalla società in Palladino e da Palladino nei suoi giocatori, che sono stati i primi a remare tutti (o per lo meno la maggior parte) verso la svolta tattica.
Raffaele Palladino, Daniele De Rossi

Diversi da loro

Che la proprietà Commisso sia restia a cambiare, lo si era capito già in passato: dolorosissimi i passaggi da Montella a Iachini, da Iachini a Prandelli e poi di nuovo a Iachini, prima del triennio con Italiano. Non stupisce, quindi, che Palladino abbia avuto il tempo che gli è servito, semmai fa impressione che dall'altra parte i Friedkin, un'altra delle tante gestioni americane in Italia, si siano incartati in maniera così clamorosa, tra l'altro dopo aver tenuto e rinnovato DDR anche a fronte della conclamata preferenza dell'ex ad Lina Souloukou per l'allenatore viola, quando era ancora al Monza.

Rendiamoci conto

Fissiamo allora un concetto che dovrà rimanere saldo in tempi di vacche magre: un conto è essere sotto l'egida di un fondo d'investimento, come il Milan o di una multiproprietà, come appunto la Roma, e un altro conto è avere un presidente, una famiglia, qualcuno di vero, tangibile e anche apprezzabilmente presente (presidente ha la stessa radice di presidiare, difendere in prima persona) a cui rivolgere ora malumori e ora ringraziamenti, in base a quello che è l'andamento del "re" risultato sportivo. In questo modo si resta umani, in questo modo si viene fuori da periodi di apnea. Perché quello tra metà agosto e metà settembre, per la Fiorentina come per la Roma, è stato un frangente di grande affanno. Solo che una l'ha superato a pieni voti, mentre l'altra è rimasta prigioniera di fretta, distacco e pressioni. E ora quali sono gli americani giusti?

Rocco Commisso
GERMOGLI PH: 30 SETTEMBRE 2023

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