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Pasqual: “A Monaco siamo stati derubati. Con la scommessa dei vetri rischiai grosso”
Più di 350 presenze in maglia gigliata, undici anni d'amore puro, tre grandi cicli attraversati e quella fascia di capitano portata sul braccio con immenso orgoglio. Manuel Pasqual torna a parlare e lo fa come ospite speciale di “Secolo Viola”, il podcast ufficiale del club che ripercorre i cento anni di storia della Fiorentina. Per l'ex terzino sinistro, Firenze non è una semplice parentesi: "È la mia seconda casa, ho passato più anni qua che nel resto della mia vita. È la mia seconda famiglia".
Nel corso della lunga intervista, Pasqual ha riavvolto il nastro fino al suo sbarco in riva all'Arno nel 2005, preferendo i viola all'Udinese: "Il giorno della presentazione mi misero insieme a Brocchi e Frey. Per me, che arrivavo dalla Serie B, era una cosa inconcepibile, fuori dal normale. Ero tesissimo, ma Seba e Cristian furono fantastici a mettermi a mio agio".
L'amore con la piazza si è cementato nei momenti più bui, come nell’estate del 2008, quando la società investì pesantemente su Jovetic, Melo e Vargas. L'arrivo del peruviano spinse Pasqual ai margini del progetto di Cesare Prandelli:
"All'inizio trovai uno spazio nullo per una scelta dello staff tecnico. Mi ritrovai di colpo in panchina e poi letteralmente in tribuna, mai convocato. Ho passato 15 giorni in cui ero cupo, serio, arrabbiato e pieno di negatività. Poi, però, ho switchato: ho capito che i miei compagni non meritavano quell'atteggiamento. Volevo divertirmi e dimostrare sul campo che chi non credeva più in me si stava sbagliando. Fu anche una scelta familiare: il primo marzo 2009 nacque mio figlio e non volevamo cambiare città. A marzo, finalmente, ritrovai il posto da titolare".
In quel periodo lo cercarono con insistenza sia il Napoli che il Palermo, ma Manuel scelse di restare a Firenze per amore della gente e per orgoglio personale.
Il capitolo Champions League evoca ricordi dolcissimi ma anche ferite mai rimarginate, come il celeberrimo ottavo di finale contro il Bayern Monaco del 2010, segnato dal gol in clamoroso fuorigioco di Miroslav Klose:
"Dal campo avevamo la percezione che potesse essere fuorigioco, ma non così macroscopico. Ce ne rendemmo conto davvero solo a fine partita, vedendo il nostro team manager (Roberto Ripa ndr) che protestava in modo furioso. Ci sentimmo letteralmente derubati di qualcosa che non aveva senso. Quel fuorigioco era decisamente abbondante. Proprio per questo oggi, nel mio percorso post-carriera, sono sempre stato un grande sostenitore del VAR: toglie di mezzo dinamiche oggettive che possono scipparti un risultato".
Pasqual confessa anche un grande rimpianto legato alla gara di ritorno a Firenze: "Io ero un giocatore più portato a fare assist che a segnare. Eppure, in casa col Bayern, ci fu una 'sliding door' clamorosa: Jovetic mi servì un pallone d'oro dentro l'area. Invece di calciare in diagonale, vidi un compagno solo al centro e gliela passai. Lui però si stava muovendo verso la porta aspettandosi il mio tiro. Chissà cosa sarebbe successo se fossi stato più egoista...".
Di quella campagna europea resta però l'indimenticabile notte di Anfield, con la vittoria per 2-1 sul Liverpool: "Eravamo già matematicamente qualificati e la società ci fece un regalo stupendo: permise alle nostre famiglie di viaggiare sul nostro stesso aereo. Fu un mix perfetto di calcio di alto livello vissuto senza alcuna pressione, in uno stadio da pelle d'oca contro campioni stellari".
A proposito di stelle, Pasqual svela un bellissimo aneddoto legato proprio all'icona dei Reds: "Io ero da sempre innamorato della fascia da capitano della Premier League. Qualche anno dopo quell'incrocio, arrivò a giocare a Firenze Alberto Aquilani, che era stato al Liverpool. Gli chiesi se poteva rimediarmi quella fascia. Alberto si attivò e me ne fece recapitare una originale, firmata e autografata direttamente da Steven Gerrard. Per anni l'ho usata in Champions oscurando il logo della Premier".
Un'estasi, quella europea, che cancellò solo in parte il grandissimo amaro in bocca per la finale di Coppa UEFA sfuggita nel 2008 ai calci di rigore contro i Rangers: "A livello tecnico avevamo qualcosa in più, ma al ritorno trovammo una squadra che non voleva giocare a calcio. Volevano solo trascinare la partita ai rigori sfruttando la loro fisicità".
Il pass per la Champions arrivò poco dopo a Torino grazie alla leggendaria rovesciata di Daniel Osvaldo: "In quella settimana rimbalzava ovunque l'idea che, essendo gemellati, il Torino ci avrebbe steso il tappeto rosso. Invece fù una battaglia tiratissima. Ci servì l'invenzione di un pazzo: Daniel si inventò quella rovesciata stratosferica. Non ci fece atterrare in Champions, ci portò direttamente sulla Luna! Al ritorno a Firenze la gente aveva riempito il Franchi solo per aspettarci".
Nel 2012 si apre il ciclo di Vincenzo Montella, che nomina Pasqual capitano di una squadra totalmente rifondata nell'arco di una sola sessione estiva. "C’è un grandissimo dispiacere perché centrare la Champions al primo anno sarebbe stato un exploit pazzesco, il giusto premio per un gruppo e una società che avevano rivoluzionato tutto in pochi mesi".
Un'annata stupenda ma non priva di tensioni, come la celebre sconfitta interna per 2-0 contro il Pescara a gennaio, che scatenò una violentissima polemica mediatica:
"Ci dettero tutti contro perché il mister ci aveva concesso uno o due giorni di vacanza in più a Natale. All'interno dello spogliatoio quella caccia al capro espiatorio ci diede tantissimo fastidio. La realtà è che contro il Pescara fu una partita stregata: prendemmo a pallonate l'avversario, il loro portiere parò l'impossibile e subimmo il secondo gol solo alla fine, sbilanciati in avanti. Chi fa calcio sa che non si giudica solo dal risultato, ma dall'atteggiamento. E quel giorno l'atteggiamento c'era".
Pasqual svela poi l'origine di quel famoso "giorno in più" concesso da Montella, nato prima di Natale sul campo di Palermo:
"Eravamo 0-0 alla fine del primo tempo, avevamo sprecato tantissimo pur giocando benissimo. Mentre rientravamo negli spogliatoi il mister mi si avvicinò disperato: 'Manuel, non è possibile non fare gol, la palla non entra!'. Poi mi disse: 'Se vinciamo oggi, faccio un premio alla squadra, vi do un giorno di riposo in più. Che ne dici?'. Gli risposi che la gestione era sua, ma che lo stimolo non serviva perché la squadra c'era. Nella ripresa vincemmo 3-0 e il mister, senza batter ciglio, mantenne la promessa. Ma la prestazione con il Pescara non c'entrava nulla con quel riposo".
L'unione di quel gruppo passava anche dal ritorno di Luca Toni, trasformatosi in mentore per Jovetic e Ljajic: "Giochi se sei unito, lo vedi dalle cene e da come esulta la panchina. Luca in quell'anno ebbe un ruolo gigantesco fuori dal campo. Il nostro attacco svariava molto e non dava punti di riferimento; Toni li massacrava ogni giorno in allenamento. Diceva loro: 'Dovete stare in area, la maggior parte dei gol si fa tra il dischetto e il limite. Ne ho visti pochi segnare da metà campo!'. All'inizio lo vedevano come una rottura di scatole, ma quando hanno capito il meccanismo hanno iniziato a segnare a raffica".
L'anno successivo la società alzò ulteriormente l'asticella portando a Firenze Mario Gomez e Giuseppe Rossi, culminando nello storico 4-2 alla Juventus: "L'arrivo di Gomez lo vissi da casa in diretta tv, vedendo la presentazione e la gente allo stadio: avevamo preso un campione che aveva appena vinto la Champions col Bayern, stavamo volando. Il grande rammarico di quel ciclo è non aver quasi mai avuto Mario e Beppe al top insieme per colpa degli infortuni. Rossi a dicembre era capocannoniere, era una sentenza: non calciava mai forte, ma aveva un tocco di precisione millimetrico che anticipava portieri e difensori".
In chiusura della prima parte del suo racconto, Pasqual regala una delle perle più divertenti legate alla sua esultanza più iconica, nata nell'anno in cui il club decise di rimuovere le barriere e i vetri divisori tra la Tribuna d'Onore e il rettangolo verde.
"Eravamo in aereo per una trasferta e parlavo con il responsabile della sicurezza, Maurizio Francini. Gli feci: 'Ah, togli i vetri? Bellissimo, così avvicini la gente ai calciatori, avvicini il giocatore alla gente'. Poi però gli lanciai una sfida: 'Guarda che quando farò gol quest'anno mi tufferò in mezzo alla gente, così testiamo in diretta la bontà dei lavori che hai fatto!'. Maurizio da quel momento si preoccupò tantissimo, andò in ansia perché in quei momenti di euforia collettiva non sai mai cosa può succedere a livello di sicurezza. Il destino volle che segnassi verso fine stagione, in una semifinale di Coppa Italia: un gol bellissimo, al volo sul primo palo. In quell'istante di estasi collettiva, Francini è stato probabilmente l'unico fiorentino in tutto lo stadio a non esultare: era terrorizzato perché sapeva già benissimo cosa stavo per fare! Mi tuffai in mezzo ai tifosi. È stata una delle esultanze più belle della mia vita. Buttarsi tra la folla permette alla squadra di trasformare l'amore che mette in campo in un abbraccio fisico ai propri sostenitori. È un connubio perfetto, un amore eterno per la stessa maglia e per lo scudetto vicino al cuore".
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