Le parole di Martin Jorgensen sul suo passato con la Fiorentina
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L'ex viola Martin Jorgensen, ai margini dell'assemblea generale FC, ha rilasciato un'intervista a UltimoUomo sulla sua carriera. Le sue parole:
Non volevo andare via dall'Udinese in co-proprietà, ma volevo andarmene. La Fiorentina era neopromossa e aveva bisogno di giocatori. Poi le cose sono andate storte, a Firenze abbiamo avuto difficoltà a salvarci. L'Udinese, qualificatasi per la Champions, mi ha chiesto di tornare. Ma io non ho voluto, sarebbe stata una sconfitta. Alla fine ho detto: va bene, torno ma con il contratto della Fiorentina, sapendo che all'Udinese sicuramente non sarebbe andata bene. Alla fine l'Udinese ha messo zero euro - perché me lo avevano anche promesso - e la Fiorentina ha messo 500 euro per la seconda parte.
Volevi arrivare prima alla Fiorentina nella tua carriera?
Forse non alla Fiorentina ma in una squadra più grande dell'Udinese sicuramente. Avevo anche un'offerta dal Parma. Nel 2004, dopo due anni con Spalletti con cui avevo fatto bene e giocato sempre, è arrivato il momento in cui avevo voglia di provare qualcos’altro. E poi la Fiorentina mi sembrava una piazza importante, anche se sapevo difficile, ed è stato effettivamente così.
Le caratteristiche
Sapevo fare un po' di tutto. Ma se devo trovare una cosa che mi ha portato in alto quella è la testa: continuare a lavorare giorno dopo giorno, sapendo che c'erano giocatori più forti di me, più veloci, più bravi tecnicamente. Io invece avevo un po' di tutto.
Cosa hai trovato a Firenze?
L'amore per la società, l'attaccamento alla squadra, alla maglia. Se lo paragoni alla Danimarca… il calcio qui è il 10% di quello che è in Italia. E, senza offendere nessuno a Udine, l’Udinese rispetto alla Fiorentina è a metà - come tifoseria, come importanza per la gente. Sentire quella passione che c’è a Firenze per il calcio, per la squadra, per i giocatori: tutto questo mi ha fatto capire che se volevo avere degli anni buoni a Firenze dovevo calarmi in quella mentalità. Lavorare, correre. Ovviamente si sbaglia, ma si può sempre riprovare: i fiorentini alla fine vogliono vedere qualcuno che ama la città, la società e la maglia.
Parlando di ex compagni, chi era fuori di testa?
Mutu, senza offendere, era un po' difficile. Osvaldo, Kuzmanovic. Quelli che davano anche un po' di allegria, che andavano un po' fuori le righe. Però c’era, ed era fondamentale, rispetto tra di noi. Tra i giocatori che facevano gol; Frey che parava; Pasqual, Gobbi, Ujfalusi che stavano lì a difendere. Ognuno sapeva che per vincere avevamo bisogno di tutti. Anche quello che giocava meno doveva sentirsi importante. E da quel punto di vista è stato bravo Prandelli a farci sentire importanti tutti, ma anche tra di noi a creare un ambiente dove anche il più bravo, anche il fenomeno stava dentro le regole di tutti e portava la camicia e la cravatta, se c'era da portare la camicia e la cravatta.
C'è un giocatore invece di oggi, contemporaneo, in cui ti rivedi?
Difficile… Quando vedo uno che è giovane sulla fascia, che salta all’uomo, mi viene da dire: questo ero io una volta. Ma il calcio di oggi è diverso, è più veloce, più fisico. Però quel tipo di giocatore che salta l'uomo, che quando vede tre avversari davanti, si dice: no, non è impossibile, posso saltare tutti e tre, ecco quello mi piace.
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