Paulo Sousa ricorda la sua Fiorentina: il primato in Serie A, il rapporto con Firenze, Astori e i giovani Bernardeschi e Chiesa.

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In occasione del centenario della Fiorentina, Paulo Sousa ha ripercorso i suoi due anni sulla panchina viola in una lunga intervista concessa a La Nazione. Dal rapporto speciale con Firenze al primato in Serie A, passando per Bernardeschi, Chiesa e il ricordo di Davide Astori. Ecco i passaggi più interessanti.

Che impatto ha avuto Firenze sulla sua crescita come uomo e allenatore?
«Ho cercato fin da subito di conoscere la cultura di Firenze e di vivere davvero la città, identificandomi con il suo orgoglio e con la sua ricerca della bellezza. In quei due anni credo che abbiamo proposto un calcio bello, “forse il più bello d’Italia”».

È stato l’ultimo allenatore a portare la Fiorentina in testa alla classifica. Che effetto le fa?
«Da una parte mi fa piacere essere ricordato per quel primato, dall’altra meno, perché “la Fiorentina deve sempre essere nelle zone alte della classifica”».

Qual è la partita che ricorda come il vostro capolavoro?
«Ne sceglierei due ed entrambe contro l’Inter. Il 4-1 a San Siro del settembre 2015, con la tripletta di Kalinic, ci portò in testa alla classifica e mostrò la forza di quella squadra. Poi ricordo il 5-4 dell’anno successivo. Ma anche le vittorie contro la Juventus e il 3-3 con il Napoli rappresentavano il calcio che volevo proporre».

Bernardeschi: quanto è stato importante il suo intervento per trattenerlo a Firenze?
«Il suo passaggio al Sassuolo era praticamente definito. Gli spiegai però l’idea che avevo per lui e il ruolo centrale che avrebbe avuto nel mio progetto. Ne fu contento e alla fine decise di rimanere: insieme siamo riusciti a costruire qualcosa di importante».

E Federico Chiesa?
«Seguivo spesso la Primavera e, anche se Federico non giocava sempre titolare, avevo intuito le sue potenzialità. A Moena parlai con lui e decisi di puntarci. Aveva anche caratteristiche caratteriali che rispecchiavano Firenze: lottare e non arrendersi mai».

Che ricordo conserva di Davide Astori?
«Penso spesso a Davide. Era umile, curioso, determinato e sempre disponibile a imparare. In campo aveva una capacità straordinaria di leggere i momenti della partita ed era un leader anche senza bisogno di parlare molto».

C’è qualcosa che cambierebbe del suo secondo anno?
«Con l’esperienza che ho oggi cambierei soprattutto la mia comunicazione. Cercherei un maggiore allineamento con la società per continuare a lavorare sulla crescita del club. Resterò comunque sempre grato alla famiglia Della Valle per l’opportunità che mi ha dato».

Paulo Sousa

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