L'ex stella viola Stevan Jovetic si racconta in un'intensa intervista: la guerra, la notte col Liverpool, il rifiuto al Real Madrid e il legame indissolubile con Firenze

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L'ex attaccante e idolo della tifoseria gigliata Stevan Jovetic si è raccontato in una lunga e toccante intervista rilasciata ai canali ufficiali della Fiorentina. Ecco le sue parole:

Come è iniziato il tuo percorso nel calcio?

"Ho iniziato a giocare a calcio a 7 anni nel Mladost Podgorica, dove ho fatto 4 o 5 anni di giovanili. Poi mi sono trasferito al Partizan Belgrado: due anni nelle giovanili e già a 16 anni ho debuttato in prima squadra. A 17 ne ero il capitano, ho vinto il campionato e la coppa, e poi sono arrivato a Firenze".

Che bambino eri da piccolo?

"Ero un bambino molto iperattivo. Il mio figlio più grande adesso è uguale a me e mi rivedo in tutte le cose che fa. È stato veramente molto bello. La prima cosa che mi piaceva era sempre il pallone: mi compravano anche altri giocattoli, ma dopo un giorno tornavo sempre alla palla e da lì è nato l'amore per il calcio. Giocavo sempre con i bambini più grandi e un giorno ho deciso di provare sul campo grande: all'epoca non c'erano le scuole calcio con i campetti piccoli. Ho fatto una partita lì e da quel momento non ho più saltato un allenamento".

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Ci porti un po' dentro il tuo contesto familiare?

"Vengo da una famiglia molto umile: mio papà, mia mamma e mia sorella. Mia sorella mi ha aiutato tanto quando mi sono trasferito a Belgrado, siamo andati insieme. E quando sono arrivato a Firenze abbiamo vissuto insieme per due anni, poi loro sono tornati in Montenegro e venivano a trovarmi ogni tanto".

Avevi solo 9 anni quando hai vissuto i bombardamenti e la guerra. Com'è per un bambino vedere la paura così da vicino?

"È triste, sicuramente triste. Però alla fine ti rinforza: quando passi cose del genere, dopo c'è ben poco che ti possa toccare o spaventare dentro".

Quanto è stata importante la famiglia per custodire la normalità in quei momenti?

"Ci siamo sempre sentiti protetti dalla mia famiglia. Ci hanno dato tutto quello di cui avevamo bisogno, ci hanno messo sulla strada giusta e la cosa più importante che mi hanno trasmesso è stata la cultura, il rispetto per la gente e il diventare un uomo."

In quei momenti difficili l'unica costante era il pallone?

"Sì. La cosa bella è che il calcio, non solo lì ma in tante altre occasioni, mi ha aiutato anche senza che ne fossi del tutto cosciente: ti fa dimenticare le altre cose. Il calcio c'è sempre stato".

Poi il calcio ti porta a Firenze da giovanissimo. Chi era lo Stevan di quei tempi e quanto è cresciuto in Italia?

"Ero un ragazzino di 18 anni che parlava poco italiano, con dei capelli disastrosi che però hanno fatto la storia! Quando vedo le foto oggi mi vien da ridere, avevo uno stile discutibile, ma qui in Italia ho imparato tantissime cose. Ho imparato la lingua, conosciuto molte persone, ho ancora tanti amici qua, ho preso casa a Firenze e ovviamente seguo sempre la Fiorentina, tifo Fiorentina ed è sempre bellissimo tornare".

È stato un ciclo importante: la Champions, gol storici. Cosa ti porti dietro da quei primi anni?

"La prima stagione è sempre la più difficile perché c'è un grande salto dal calcio serbo a quello italiano, che in quel momento era il numero uno in assoluto. Il primo anno ho fatto un po' di fatica, ma oggi che ho tutti i CD di ogni stagione con i miei gol, assist e giocate, quando li riguardo mi rendo conto che è andata molto meglio di quanto pensassi all'epoca. Il secondo anno mi sono sbloccato: ho fatto quel gol allo Sporting Lisbona con cui siamo entrati in Champions, poi la doppietta al Liverpool, la doppietta al Bayern Monaco... In totale penso di aver fatto 11 gol in quella stagione. Il terzo anno è arrivato l'infortunio, ma dopo sono tornato ancora più forte e dal punto di vista mentale è stato fondamentale. Al rientro ho fatto subito 14 gol, l'anno successivo c'era Montella e ricordo che facevamo un calcio bellissimo. È stato un ciclo stupendo, ho vissuto cose bellissime, giocato circa 140 partite ed eccomi qua dopo quasi vent'anni".

Fa effetto vederti qui a Firenze e al Franchi, dove hai lasciato un segno indelebile

"Fino a due giorni fa non sapevo se sarei riuscito a venire perché stavo per firmare e non sapevo ancora dove. Alla fine sono rimasto a Cipro, dove sto veramente benissimo. Ho rinnovato per altri due anni, sto bene con la famiglia e il livello del calcio sta crescendo, quindi sono felice di essere riuscito ad esserci".

Riavvolgendo il nastro: quelle serate con Sporting, Liverpool e la ferita aperta contro il Bayern Monaco...

"Con il Bayern abbiamo fatto una grandissima partita, secondo me meritavamo di passare noi. All'andata loro fecero un gol in netto fuorigioco che con la tecnologia di oggi non sarebbe mai stato convalidato. Purtroppo è andata così, gli arbitri possono sbagliare".

In quel periodo ti rendevi conto di quello che stavi realizzando o lo hai assimilato dopo?

"L'ho assimilato dopo. Ero sempre concentrato solo sul giocare, divertirmi e tutto il resto veniva di conseguenza. Non pensavo mai ad andare qua o là: ero felice di giocare e volevo vedere dove mi avrebbe portato il cammino".

Hai una "cicatrice" che ti porti dentro fuori dal campo?

"Sì, mio papà. È morto sette anni fa ed è una ferita che sento ancora moltissimo".

Eravate molto legati... Come si reagisce a una perdita del genere?

"All'inizio è uno shock perché non lo accetti, e non lo accetto neanche adesso. Però il calcio mi ha aiutato un po' perché purtroppo non ti dà il tempo di pensare, il che secondo me è anche meglio, altrimenti si soffrirebbe molto di più. Avevo un legame speciale con lui, mi portava sempre agli allenamenti, ha visto tutte le mie partite. Ricordo ancora come guardava le mie gare: sempre teso, sempre nervoso, ma sono bellissimi ricordi. Sono felice che abbia visto quasi tutta la mia carriera. Il rammarico grande che mi porto dentro è che adesso ho tre bimbi e lui non è potuto diventare nonno".

Ma continua a fare il tifo per te anche adesso e scendi in campo anche per lui.

"Sì, quello di sicuro".

Chi ti è stato più vicino in quel periodo difficile?

"La famiglia è sempre quella più vicina: mia moglie ovviamente, e poi alcuni amici".

Anche a Firenze hai vissuto momenti duri, come il grave infortunio nel tuo momento migliore. Come si reagisce quando il corpo ti tiene lontano dalla tua passione?

"È stato difficilissimo. Ero un ragazzino a cui in un attimo viene tolto tutto il sogno, quello che vuole fare, sapendo che non potrà farlo per 7, 8, 9... alla fine sono stati quasi 11 mesi, un'intera stagione. È molto doloroso. In quel momento ho avuto la mia famiglia al fianco e la forza mentale per recuperare: non ho mai dubitato di me stesso, sapevo che sarei tornato più forte di prima. Sono stato in Germania per l'intervento e la riabilitazione, è stato un periodo duro".

Hai dimostrato una grandissima forza mentale

"Penso di averla, anche perché di infortuni ne ho avuti parecchi in carriera. Ho parlato con gente che ha avuto un decimo dei miei problemi fisici e mi diceva di aver avuto paura di non tornare. Io ho fatto comunque la mia carriera e non ho mai voluto smettere, perché amo il calcio. Anche adesso, quando mi chiedono perché giochi ancora, rispondo: gioco perché amo il calcio".

Dopo quell'infortunio sei tornato e ti sei ritrovato in una nuova grande Fiorentina

"Sono rientrato e ho fatto subito due gol al Parma alla seconda partita, da lì mi sono sbloccato ed è andato tutto bene. Avevamo una squadra fortissima, Montella era bravissimo e giocavamo un gran calcio. Penso che i tifosi si siano divertiti molto".

C'era qualcuno in quel gruppo con cui avevi legato particolarmente?

"Nei miei 5 anni a Firenze ci sono sempre stati ragazzi slavi e parlando la stessa lingua c'era un legame un po' più speciale, ma ho avuto un bel rapporto con tutti. Purtroppo la vita a volte ci porta distanti, ma quando ci rivediamo è sempre bellissimo".

Il ricordo o la partita a cui sei più legato nei tuoi 5 anni alla Fiorentina?

"La doppietta al Liverpool e il gol allo Sporting Lisbona che ci ha spalancato le porte della Champions League".

Nel frattempo sei diventato padre: com'è cambiata la tua vita?

"È un cambiamento bellissimo. Adesso ho tre figli: Miodrag che compie 7 anni e i gemelli Luca e Stefanie che ne hanno due e mezzo. È la cosa più bella del mondo. La cosa che mi piace è che adesso faccio più il padre che il calciatore: prima era diverso, ora cerco di stare più tempo possibile con loro. Quando mi alleno do il massimo, ma quando torno a casa sono padre e marito, basta".

Che padre senti di essere?

"Sono una persona molto emotiva, con i bambini mi piace coccolarmi e cerco di dare loro tutto quello che i miei genitori hanno dato a me. Spero di essere un buon padre, spetterà a loro dirlo".

Sei cambiato molto come persona?

"È normale, le priorità cambiano: non ci sei più tu al primo posto, ci sono prima i figli e la famiglia. È faticoso a volte, ma bellissimo".

Cosa vi piace fare insieme? Il pallone c'è sempre?

"Sì, il pallone c'è, ma non sono un padre che spinge i figli a fare per forza qualcosa: devono scegliere da soli ciò che amano. Guardando la mia carriera e i momenti difficili che ho passato, non sono neanche sicuro che vorrei lo stesso percorso per loro. Comunque il più grande gioca a calcio e gli piace molto, il piccolo ha due anni e mezzo, vedremo".

Guardate le tue vecchie partite insieme?

"Sì, gli piace! Vuole vedere i miei gol su YouTube, e vuole sempre vedere Neymar".

Hai mai avuto paura di sbagliare come genitore?

"Paura no, sbagliare è normale e non esistono genitori che non sbagliano. L'importante è non farlo apposta e cercare di indirizzarli sul cammino giusto. Oggi non è facile perché hanno tutto: cerchiamo di fargli capire che bisogna lottare per le cose, perché la vita non ti regala nulla e tutto va guadagnato".

Guardandoti indietro, c'è una scelta che non rifaresti o che cambieresti?

"Forse una scelta calcistica: al mio secondo anno a Firenze arrivò la chiamata del Real Madrid, ma io in quel momento non mi sentivo pronto di andare. Iniziavo a giocare con continuità, ero felice, stavo bene e dissi: 'Gioco un altro anno o due qui e poi vado'. Alla fine non sono andato al Real Madrid, ma ho giocato quasi 150 gare con la Viola e poi sono stato al Manchester City, all'Inter, al Monaco, al Siviglia... Ho girato un bel po'".

Chi è Stevan oggi? Sei felice?

"Sì, sono molto felice e più maturo. Mi godo la mia famiglia, stare insieme a loro è la cosa più importante. Per questo ho scelto di rimanere a Cipro: mio figlio ha già cambiato cinque paesi e ora inizia la scuola primaria, sarebbe stato difficile per lui cambiare ancora. Stiamo benissimo lì, c'è un bel clima e il livello del calcio sta crescendo, arrivano giocatori importanti come David Luiz. Siamo felici".

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