A gennaio 2026, con la squadra ancora ultima in classifica, la società compie la mossa più coraggiosa della stagione: ingaggiare Fabio Paratici come nuovo direttore sportivo. L'ex dirigente di Juventus e Tottenham firma un contratto di quattro anni e mezzo e si siede su una scrivania che nessuno avrebbe invidiato in quel momento. In conferenza stampa, Paratici non usa giri di parole: "Oggi dobbiamo accettare che nei prossimi quattro mesi dobbiamo mettere la testa nel carro armato e soffrire." Nel mercato di gennaio arrivano rinforzi mirati, la squadra trova un minimo di stabilità. I viola si rialzano, aprendo uno spiraglio. La rimonta è lenta, faticosa, tutt'altro che convincente sotto il profilo del gioco, ma sufficiente. La salvezza matematica arriva a due giornate dalla fine, con Verona e Pisa già condannate alla Serie B. Paratici ha centrato il primo obiettivo. Ora inizia il vero lavoro, quello di capire chi vuole essere la Fiorentina. Questa è la domanda alla quale nessuno ha ancora risposto con chiarezza. E mentre negli ultimi giorni è arrivato un post social ambiguo da parte di uno dei giocatori che da gennaio hanno maggiormente aiutato i viola a ritrovare un modulo idoneo ed alternative in fase offensiva, Solomon, adesso il nodo sta tutto nel capire quali sono i veri progetti dei gigliati. Non solo per la rosa ed i giocatori, ma soprattutto per la crescita e le ambizioni del club. Anche perché da quando il compianto Rocco Commisso rilevò il club nell'estate del 2019, la Fiorentina ha vissuto sette anni di investimenti continui, rivoluzioni tecniche e proclami di ambizione, ma i risultati sportivi, diciamolo apertamente, non sono mai arrivati e stati all’altezza. Tre allenatori in due stagioni. Decine di calciatori comprati e rivenduti. Quattro Conference League consecutive senza mai vincere un trofeo. Sesto posto come massimo risultato raggiunto in campionato nell’era Commisso. E una sola domanda rimasta sempre senza risposta: qual è il progetto? Non è una questione retorica. È la differenza tra un club che costruisce qualcosa e uno che si limita a tamponare. La Fiorentina dell'era Commisso non è mai riuscita a definire con precisione la propria identità: non era una squadra di giovani talenti da valorizzare, non era un club con un gioco riconoscibile, non aveva una gerarchia interna consolidata. Era, di volta in volta, la somma delle ambizioni del momento. Paratici aveva a suo tempo dichiarato che “La Fiorentina del futuro me la immagino come una squadra che sia attrattiva, bella da vedere, stimolante per i tifosi e l'opinione pubblica. Sarà aggressiva e internazionale". Parole emblematiche, da parte di una figura che, come ha scritto anche l’ ACCVC, rimane una delle ultime ancore di salvezza per le ambizioni viola. Una promessa che vale, certo, ma che rischia di restare vaga se non viene accompagnata da una visione chiara: quale filosofia di gioco? Puntando sui giovani o sull'esperienza? Con un allenatore che costruisce nel tempo o con un gestore dell'emergenza? Meglio giocatori meno forti ma funzionali o singoli talenti che rischiano di rimanere disallineati ai propri compagni ed alla propria squadra (ogni riferimento alla stagione di Kean è puramente casuale)? E soprattutto, quale è il piano futuro della società: rimarrà la famiglia Commisso o sono già sullo sfondo possibili acquirenti? Sono domande tecniche. Ma prima ancora, sono domande politiche, di progetto.
VIOLA NEWS esclusive L’ennesimo anno zero. Gruppo da riunire, ma quale progetto e quali ambizioni? I tre nodi
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