Per capire dove deve andare la Fiorentina, bisogna prima ricordare come ci è arrivata fin qui. E la risposta è scomoda, perché non esiste un solo colpevole su cui scaricare la responsabilità. L'estate 2025 era cominciata con ambizioni dichiarate: fare meglio delle quattro stagioni consecutive in Conference League, puntare all'Europa League (non parliamo di lavagne e di Champions League per favore). Per questo la dirigenza aveva deciso di investire in maniera decisa — quasi 90 milioni di euro in entrata — chiamando Stefano Pioli, reduce dall'esperienza in Arabia Saudita, a guidare la nuova Fiorentina. Un nome importante, un segnale di serietà. Sul mercato erano arrivati tra gli altri Roberto Piccoli dall'Atalanta per 25 milioni + bonus, Nicolò Fagioli riscattato dalla Juventus per 13,5 milioni, il promettente (ahimé) Nicolussi Caviglia, Sohm, Fazzini, Viti, e persino Edin Džeko a parametro zero come jolly di esperienza. Una rosa rinnovata, costosa, costruita sulla carta per fare il salto di qualità. Sulla carta, appunto. Perché già alle prime giornate era evidente che qualcosa non funzionava. Le prestazioni non arrivavano, i punti nemmeno. La squadra sembrava una somma di individualità incapace di diventare collettivo. Alle soglie dell’11ª giornata, con la Fiorentina ancora in piena zona retrocessione e senza nemmeno una vittoria in campionato, la società esonerava Pioli e affidava la panchina a Paolo Vanoli. La scossa sperata, però, tardava ad arrivare ma, cosa più grave, quella notte di Reggio Emilia rivelava un gruppo fatto di individualità egoiste e non di giocatori complementari. Nel calcio, le crisi tecniche si possono risolvere. Quelle di spogliatoio, molto più difficilmente.
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