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Calcio inglese vs italiano: perché la 14esima di Premier può battere chiunque

Matteo Torniai Redattore 

Dietro a questo scenario c’è però anche una differenza politica e culturale. In Inghilterra, la trasformazione del calcio è stata guidata da una visione chiara e coerente. Dopo il disastro dell’Heysel, il governo intervenne con il Taylor Report, imponendo standard moderni per gli stadi e ponendo le basi per un cambiamento radicale. Nel 1992 nacque la Premier League, con una gestione autonoma dei diritti televisivi e una strategia fortemente orientata al mercato globale. Da lì in poi, il sistema si è sviluppato in modo continuo, sostenuto da norme stabili e da un ambiente favorevole agli investimenti.

In Italia, invece, il percorso è stato molto più frammentato. Dopo l’impulso di Italia 90, non è mai arrivata una vera strategia di lungo periodo. La “Legge Stadi” del 2013 ha incontrato ostacoli burocratici che ne hanno limitato l’efficacia, mentre misure come il Decreto Crescita hanno inciso solo marginalmente, aiutando nell’immediato ma senza cambiare la struttura del sistema. È mancata, in sostanza, una regia capace di tenere insieme infrastrutture, fiscalità e sviluppo commerciale.

Il Regno Unito, al contrario, ha costruito nel tempo un contesto stabile e attrattivo per i capitali stranieri, rendendo i club veri e propri asset globali. Questo ha portato investimenti continui, proprietà internazionali e una crescita costante del valore del prodotto.