La Fiorentina è ormai giunta a metà della sosta Nazionali: ci sono già quattro lezioni che si possono trarre dagli ultimi dieci giorni senza campionato

Brovarone Italia

Azzurri pizzicati nell’orgoglio, reazione da italiani. Vanoli, adesso pizzica i nostri viola

Lunga (e abbastanza noiosa) è la vita senza campionato. Anche perché, parlando di Fiorentina, è arrivata non dico sul più bello (sarebbe dura considerando la classifica...) ma di certo nel momento in cui la squadra pareva aver preso come minimo la rincorsa. Così è però, e tutto sommato a Vanoli un periodo di tre settimane nel quale poter lavorare e incidere un po' più a fondo serviva. Inutile insomma star qua a lagnarsi troppo ma, semmai, sfruttare questo stop per qualche riflessione in più. Se il mister insomma ha modo per mettere benzina nel motore di chi è rimasto al Viola Park (Atta e Goncalves su tutti) e può dare a chi ne ha bisogno (vedi Viery e Valdepenas) qualche ripetizione di calcio italiano da queste colonne possiamo prendere quanto successo in queste prime uscite della Nazionale per ricavarne qualche buona indicazione.

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Lezione numero uno: Fagioli

La prima: Fagioli può essere (anche) una bellissima mezzala di palleggio e costruzione. Senza voler scomodare chissà quale paragone, ma rimanendo in ambito viola ero e resto convinto che possa essere per questa Fiorentina quello che era Borja Valero per quella di Montella prima, e Paulo Sousa poi. Con caratteristiche leggermente diverse, va da sé, ma con gli stessi “compiti” e la stessa, straordinaria, qualità. Sia chiaro. Ciò non significa che non possa fare il regista. Semplicemente, immaginando una squadra che trovi finalmente modo di metter dentro tutto il suo talento, può essere interessante costruire un centrocampo con Oulai davanti alla difesa, e Fagiolino e Atta ai suoi lati.

Lezione numero due: qualità

E così veniamo alla seconda lezione: la qualità. Ce lo siamo detti e ripetuti mille volte, così come chi vede il calcio in un altro modo ha legittimamente e con la stessa convinzione espresso le sue perplessità, ma nessuno mi toglie dalla testa che l'equilibrio non dipenda dagli uomini. Non principalmente, almeno. L'equilibrio, lo dà l'organizzazione. Per intendersi: è ovvio che una squadra lunga, sfilacciata e passiva non possa permettersi un centrocampo come quello di cui sopra e tanti calciatori offensivi tutti insieme. Se stai corto però, aggredisci in avanti, ricerchi la conquista del pallone subito dopo averlo perso e se (soprattutto) giochi per avere tu il controllo allora non esiste incompatibilità. Tra niente, e nessuno.

Lezione numero tre: giovani

Terza lezione: i giovani. Sarà stato un caso, e certamente serviranno altre riprove, ma non appena Mancini ha rinunciato o dovuto rinunciare a qualche senatore per buttar dentro ragazzi affamati ed esordienti, la storia è cambiata. I ritmi si sono alzati, la paura è scomparsa, i fantasmi del passato pure e la squadra ha immediatamente fatto propri i principi dell'allenatore. Perché i giovani hanno la mente più aperta e, se curati nel modo giusto, maggiore voglia e capacità di apprendimento. E poi sono per natura portati al rischio, al coraggio, all'attacco più che alla difesa. Lo hanno dimostrato squadroni come il PSG, il Bayern Monaco o il Barcellona ed è quello, dal mio punto di vista, il modello da seguire. Per questo ero e resto molto felice del fatto che in estate la Fiorentina abbia puntato (quasi) esclusivamente su calciatori poco più o poco meno che ventenni.

Lezione numero quattro: Kayode

E allora ecco la quarta lezione: Kayode. Lo dico senza nascondermi: non sono mai stato un suo clamoroso estimatore e non sono stato tra quelli che si stracciava le vesti al momento della cessione. Perché vedevo grandi limiti tecnici, e soprattutto perché la Fiorentina in quel momento non poteva immaginare come sarebbe andata a finire con Palladino e tenerlo, con un allenatore che non lo faceva giocare praticamente mai, rischiava di farlo svalutare. Un errore, col senno di poi. E, appunto, una lezione da tenere bene in testa: a prescindere dagli allenatori, se una società crede in un suo patrimonio, non deve fare passi indietro. Al massimo può mandarlo a giocare, ma tenendosi sempre una strada per mantenerne il controllo.

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