Le parole di Giancarlo Antognoni al Festival dello Sport di Trento: commento su Mastantuono, la Fiorentina e il suo attuale ruolo in U21
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Dal palco del Festival dello Sport di Trento, ospite a Palazzo Benvenuti per il panel "Una vita da dieci", Giancarlo Antognoni ha ripercorso la sua straordinaria parabola tra club e Nazionale, toccando ogni snodo della sua carriera. Ecco il racconto del suo intervento.
Dai primi calci al grande salto in Serie A
Il legame con il pallone nasce da lontano, radicato in un mito d'infanzia: "Il mio primo idolo è stato Rivera. Seguii i miei genitori e mio fratello simpatizzando per il Milan e per Gianni, e da lì nasce anche la prima passione per il numero 10. Da piccolo giocavo in casa con un pallone di carta o di stoffa, forse così ho cominciato a migliorare i miei piedi. Poi mi sono trasferito a Perugia e da lì si è cominciato a parlare di calcio un po' più importante".
L'approdo a Firenze segna la svolta definitiva: "L'impatto è stato travolgente. Dopo un paio di partite in Primavera ho fatto subito il salto in Serie A, con Nils Liedholm che era propenso a lanciare i giovani: 'Guarda che domenica giochi con il Verona', mi disse dopo appena tre gare". Nella culla gigliata, il feeling con la piazza è totale: "A Firenze nessuno mi metteva in discussione. Qualcuno la poteva pensare diversamente, ma pochi, anzi quasi nessuno. Potevo anche giocare male, ma tutti mi dicevano che avevo fatto bene".
Mastantuono
Analizzando i profili attuali, Antognoni si sofferma su Franco Mastantuono: "Non vedo somiglianze dirette con me, forse è più vicino a Baggio per caratteristiche. È un ragazzo interessante, punta l'uomo e cerca la porta. Serve tempo, ma ha le qualità per diventare determinante. In Italia il vero problema è che i giovani non giocano: i talenti ci sono, lo dimostrano le giovanili, ma i tecnici non rischiano mai i ragazzi a diciotto o vent'anni".
Il ruolo dei grandi ex e i rapporti con i presidenti
Una domanda ricorrente riguarda l'assenza dei numeri dieci storici nei quadri dirigenziali: "Me lo sono chiesto spesso. Io ho lavorato nella Fiorentina. Credo che giocatori di questo calibro servano anche per calmierare le tifoserie, personaggi così riescono a mediare tra le tensioni che nascono tra l'ambiente e la società".
Il capitolo proprietà svela retroscena inediti: "Cecchi Gori è un passionale, tifoso della Fiorentina in primis. Un presidente importante, sono stato dieci anni con lui. Ci siamo divisi solo su Terim, ma oggi l'unica persona con cui parla sono io. Su Della Valle: pensavo mi prendesse in considerazione all'inizio, lo ha fatto quando è andato in difficoltà con la gente; l'ho capito e accettai di andare alla festa dei novanta anni a una condizione, che mi considerasse come poi ha fatto. Su Commisso: ero già dentro, l'ho presentato io ai fiorentini. Sembrava una persona tranquilla, poi ci sono state vicissitudini con il povero Barone e non sono stato trattato molto bene".
Chiusura sul futuro: "Un ritorno alla Fiorentina? Non dipende da me. Ho raggiunto un'età in cui devo stare tranquillo. Con l'Under 21 mi trovo in un ambiente sereno dove non decido le formazioni ma posso dare consigli ai ragazzi: a volte basta la presenza e ti rispettano".
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