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CREMONA, ITALY - MARCH 16: Marco Brescianini of ACF Fiorentina in action during the Serie A match between US Cremonese and ACF Fiorentina at Stadio Giovanni Zini on March 16, 2026 in Cremona, Italy. (Photo by Marco M. Mantovani/Getty Images)
Nuovo appuntamento con il podcast ufficiale della Fiorentina "A luci spente". Protagonista della puntata è Marco Brescianini, che attraverso quattro carte (Infanzia, Passioni, Difficoltà e Educazione) apre le porte della sua vita privata, raccontando l’uomo dietro il calciatore.
Marco, che bambino eri e in che contesto sei cresciuto? "Sono cresciuto in una famiglia normale che mi ha trasmesso valori fondamentali. Mia mamma impiegata, mio papà meccanico: hanno fatto tanti sacrifici per me e mio fratello. Ho iniziato a giocare a 3 anni, avevo sempre il pallone tra i piedi. Ho sempre sognato di fare il calciatore. Mio padre e mio fratello mi hanno sempre seguito in questo. Caratterialmente ero timido e tranquillo, ma sul campo ero felice di esprimere tutto quello che avevo dentro."
Tuo padre è stato il tuo modello. Che rapporto avevi con lui? "Lui ha sempre giocato a calcio, è il mio modello. È stato un uomo severo, forse perché ha perso suo padre a 16 anni e ha dovuto farsi uomo subito. C’è sempre stata un po' di distanza, ma oggi siamo legatissimi. Mia madre invece era quella più attenta alle emozioni, ci capiva con uno sguardo. Se devo scegliere, a primo impatto somiglio più a mio padre: do poca confidenza, ho bisogno di tempo per aprirmi."
C’era un rito sacro in famiglia? "Il momento della cena. Dai 7 anni facevo avanti e indietro da Brescia a Milano col pulmino per gli allenamenti. Tornavo la sera tardi e la cena era l'unico momento in cui tutta la famiglia si riuniva per raccontarsi la giornata."
La musica è un affare di famiglia in casa Brescianini... "Sì, mio papà suona il basso e mio fratello la chitarra elettrica. Sono nato sulle note di De André, Vasco Rossi e della musica anni '80. Quando sento De André penso subito a mio padre. In futuro mi piacerebbe imparare a suonare la batteria, mi piace tenere il ritmo, ma finora la mia è stata un'ossessione totale per il calcio."
Hai vissuto momenti duri che ti hanno forgiato? "Sì, soprattutto nelle giovanili. Per anni sono stato il più piccolo della squadra per statura. Giocavo poco, guardavo gli altri dalla panchina. Lì mio padre è stato fondamentale: mi diceva di non mollare, che il lavoro paga sempre. Quella determinazione mi ha permesso di essere qui oggi."
C'è stata anche una sfida familiare importante, la malattia di tuo nonno. "Aveva un tumore. Io avevo 11 anni e i miei genitori sono stati bravi a non farmelo pesare troppo, a farmelo vivere con serenità. Oggi dico che hanno fatto bene, perché data la mia sensibilità forse non avrei saputo gestirlo. Per fortuna ne è uscito benissimo. Questo mi ha insegnato a dare importanza alle cose che valgono davvero, come la salute."
Tutti i tuoi allenatori ti descrivono come un professionista esemplare. Ti riconosci? "Sì, ho sempre visto il calcio come un futuro lavoro, anche quando era solo passione. Mi allenavo sempre al massimo. In questo somiglio a mia madre, sono meticoloso. Anche a scuola, pur non amando lo studio, ho capito che l'istruzione è fondamentale e mi ha dato vantaggi anche nel mio mestiere attuale."
Come immagini il tuo "dopo"? "Non ho un'idea chiara se resterò nel calcio o meno. Di sicuro immagino una famiglia con la mia ragazza, dei figli e il mio cane Ettore. Per il resto, vorrò rimettermi in gioco in qualcosa che mi stimoli."
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