Vanoli racconta la sua Fiorentina: «Firenze mi manca 11 su 10, meritavo di restare». La salvezza, Commisso, Paratici, Kean, Fagioli e i tifosi.

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Paolo Vanoli torna a parlare della Fiorentina. Intervistato da Ivan Zazzaroni, l’ex tecnico viola ha ripercorso i mesi vissuti a Firenze: dall’arrivo con la squadra ultima in classifica alla salvezza, passando per la scomparsa di Rocco Commisso, il rapporto con Fabio Paratici, alcuni singoli e l’addio al termine della stagione. Ecco i passaggi più interessanti dell’intervista.

Da 1 a 10, quanto ti dispiace non essere ancora a Firenze?
«Tanto, 11. Perché me lo sono meritato. Volevo costruire una squadra a mia somiglianza, volevo interagire con il direttore ed ero convintissimo di poter portare la Fiorentina in alto, perché conoscevo bene l’ambiente. Ho lavorato sei mesi con una squadra che non avevo scelto io: il dispiacere sta lì».

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Che situazione hai trovato quando sei arrivato alla Fiorentina?
«Sono entrato in una società in un momento molto particolare. La settimana prima era andato via anche Pradè e ci siamo ritrovati praticamente io, Ferrari e Goretti. Una squadra costruita per altri obiettivi era ultima con quattro punti e dentro lo spogliatoio c’era anche gente spaventata. La cosa più difficile era far reagire i giocatori».

È vero che praticamente vivevi al Viola Park?
«I primi dieci giorni ero andato anche a vedere delle case, poi ho pensato: se vogliamo fare qualcosa di importante devo fermarmi al Viola Park. Ho vissuto il Viola Park. In queste situazioni devi togliere dalla testa dei giocatori l’idea del “tanto ci salviamo facilmente”. Quello era uno dei problemi più difficili».

Quanto sei orgoglioso della salvezza conquistata?
«L’obiettivo del presidente, quando ci siamo parlati, era sistemare la situazione e raggiungere la salvezza. Questo è stato fatto. Oggi, vedendo i tifosi viola festeggiare il centenario, ne sono ancora più orgoglioso. Ho lasciato la Fiorentina in Serie A e ho dato la possibilità di costruire un sogno».

La considerate un’impresa?
«Sì. Abbiamo preso una squadra con quattro punti e cambiato anche una statistica importante: nessuna squadra si era mai salvata dopo 14 partite senza vittorie. Nel girone di ritorno abbiamo fatto 29 punti, come la Lazio e uno in più del Milan. Per me quella era la base da cui ripartire. Oggi, riflettendoci, penso sia stato un capolavoro».

Quanto ha inciso la scomparsa di Rocco Commisso?
«È stata un’ulteriore bastonata in una situazione già complicata, soprattutto per la famiglia Commisso ma anche per noi. Io continuo a ringraziare la famiglia, perché mi ha dato l’opportunità di allenare una squadra importante come la Fiorentina e qualcosa che avevo dentro da tanto tempo».

Perché accettasti la Fiorentina in una situazione così difficile?
«Avevo una voglia enorme di allenare questa squadra perché ci avevo giocato, conoscevo Firenze e sapevo cosa rappresentasse il tifoso viola. Ho firmato un contratto, diciamo, unilaterale, dando praticamente tutto a favore della società. In quel momento avevo anche altre possibilità, ma avevo questa forte idea di fare qualcosa di importante e poi portarlo avanti».

Ti aspettavi di restare dopo la salvezza?
«Non mi chiedo mai perché succedano certe cose. Le scelte le lascio alla società. Forse quello che mi ha dato più fastidio, personalmente e umanamente, sono stati i tempi. Penso che certe cose si sapessero prima: si poteva tranquillamente dire “grazie, arrivederci”. Penso comunque che, per il lavoro fatto, sia stata anche una decisione difficile cambiare Vanoli».

Che rapporto hai avuto con Fabio Paratici?
«Reputo il direttore una persona di valore, una persona che capisce veramente di calcio e ho avuto il piacere di starci insieme per sei mesi. Poi il calcio ormai è un’azienda e, quando cambiano certe cose, rischi di cambiare anche tu. Quello che ho fatto sul campo, però, resta tangibile».

Come giudichi la Fiorentina costruita dopo il tuo addio?
«Oggi, con il mercato che è stato fatto, penso che si possa costruire un sogno. Paratici ha praticamente azzerato quella squadra e ha deciso di ripartire in maniera diversa. Io ne sono orgoglioso anche perché la Fiorentina l’ho lasciata in Serie A, dando la possibilità al club di costruire qualcosa di importante».

Qual è stata una delle decisioni più difficili durante quei mesi?
«Sono stati parecchi i momenti complicati. Uno è stato decidere di cambiare capitano e dare più responsabilità a De Gea, perché in quel momento pensavo fosse la persona che poteva caricarsi sulle spalle una responsabilità enorme. Senza togliere niente a Luca Ranieri: in una squadra ci sono più capitani».

Che giocatore è Moise Kean?
«È un giocatore forte. Abbiamo raggiunto la salvezza avendo poco a disposizione un giocatore che l’anno prima aveva fatto 22 gol. Con me ha sempre provato a dare tutto per la maglia, poi ha avuto problemi fisici. Penso che sia uno dei più forti attaccanti italiani e lo ha dimostrato anche con la Nazionale».

Quali giocatori sono cresciuti maggiormente con te?
«Ndour è cresciuto tanto, Mandragora ha fatto un anno importante e Fagioli ha trovato una sua dimensione. Ma Parisi mi ha impressionato sotto tutti i punti di vista. Quando abbiamo cambiato sistema e non avevamo esterni gli ho chiesto se fosse in grado di cambiare ruolo e lo ha fatto veramente bene».

E Fagioli?
«È talentuoso. Ho scoperto un ragazzo intelligente calcisticamente e con una grande personalità tecnica. Tutti pensavano che non potesse fare il play, ma quando uno è intelligente e si mette a disposizione può fare qualsiasi ruolo. Con me lo ha fatto veramente bene. In quel momento ha sentito anche la fiducia e a volte la fiducia ti fa dare qualcosa in più».

Cosa ti è rimasto maggiormente del rapporto con i tifosi?
«Quando vedo la tifoseria di Firenze mi viene la pelle d’oca. Penso che la più grande soddisfazione per un allenatore sia stato il tributo ricevuto dai tifosi viola all’ultima giornata. Per me quello è più grande di tutto». Alla battuta di Zazzaroni sulla possibilità di aver conservato quel momento come suoneria del cellulare, Vanoli risponde: «No, ce l’ho nel cuore».

Il pubblico di Firenze è presuntuoso?
«No. Ambizioso, ambizioso, ambizioso. È quella sana presunzione che ti porta sempre al limite e a cercare di arrivare più in alto».

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