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Due anni con Grosso: “Equilibrio, verticalità e quel masterpiece contro Fabregas”

Matteo Torniai Redattore 

Quali giocatori hanno beneficiato maggiormente della sua gestione e chi sono i suoi fedelissimi? Se dovessi scommettere su un nome che Grosso vorrebbe portare con sé alla Fiorentina, quale sceglierebbe?

Antonio Parrotto:

"Uno dei giocatori che più hanno beneficiato della gestione Grosso è sicuramente Luca Moro. Lo conosceva già dai tempi del Frosinone e rappresenta perfettamente quella categoria di calciatori che magari non fanno sempre notizia, ma che diventano fondamentali all’interno di un gruppo.

È uno di quei giocatori sempre pronti quando vengono chiamati in causa. Lo scorso anno ha segnato reti pesantissime, come quella contro il Pisa nello scontro diretto che si rivelò decisivo nella corsa alla promozione in Serie A. Anche quest’anno, quando è stato impiegato, ha sempre cercato di dare il proprio contributo.

Dal punto di vista dei fedelissimi, però, i primi due nomi che mi vengono in mente sono Kristian Thorstvedt e Armand Laurienté.

Thorstvedt stava disputando una stagione straordinaria già lo scorso anno, prima dell’infortunio. L’ultima gara disputata fu contro lo Spezia, poi i problemi al tallone lo costrinsero a fermarsi e successivamente a operarsi, chiudendo anzitempo la stagione. In quel momento era addirittura il capocannoniere del Sassuolo con sette reti.

Quest’anno ha dovuto ritrovare la condizione dopo cinque mesi di stop, ma Grosso ha sempre fatto fatica a rinunciare a lui. Basta guardare le statistiche: è uno dei giocatori meno sostituiti della squadra. Anche Ismael Koné, che ha disputato una buona stagione, non garantisce la stessa continuità nell’arco dei novanta minuti.

L’altro nome è ovviamente Laurienté. Lo scorso anno è stato dominante in Serie B, diventando addirittura capocannoniere del campionato pur partendo da esterno offensivo. Anche in Serie A ha mantenuto un rendimento importante. Qualche volta è stato sostituito da Fadera, soprattutto nei momenti in cui calava fisicamente, ma resta un giocatore devastante nell’uno contro uno.

Se dovessi fare dei nomi in ottica Fiorentina, direi proprio Thorstvedt e Laurienté, che tra l’altro sono già stati accostati al club viola.

Aggiungo anche Volpato. Con lui Grosso ha quasi un rapporto padre-figlio. È un rapporto fatto di grande fiducia ma anche di continue richieste. Grosso sa che Volpato ha un talento enorme e proprio per questo pretende sempre qualcosa in più. Ricordo una partita giocata a Firenze in cui il tecnico era letteralmente esasperato per alcuni palloni persi dal ragazzo. È il classico giocatore che può farti innamorare ma che deve ancora completare il proprio percorso di maturazione.»

Sassuolo è storicamente una rampa di lancio per le panchine. Se dovesse fare una classifica tra Grosso, De Zerbi, Di Francesco e Dionisi, in che ordine li posizionerebbe e per quali motivi?

Antonio Parrotto:

"Se metto qualcuno davanti a Di Francesco rischio che i tifosi del Sassuolo mi vengano a cercare. È impossibile non partire da lui.

Di Francesco è stato il primo allenatore a portare il Sassuolo in Serie A e ha compiuto un percorso straordinario. Al netto di quel breve esonero nel primo anno nella massima serie, è riuscito a costruire una favola sportiva culminata con la storica qualificazione in Europa League. Per quanto riguarda i risultati ottenuti sul campo, merita il primo posto.

De Zerbi è un personaggio speciale, uno che spesso cerca stimoli e motivazioni ovunque, persino dove non esistono. Per questo motivo, nella mia classifica personale, Di Francesco e De Zerbi occupano il primo posto a pari merito.

Subito dietro metto Fabio Grosso. Ha riportato il Sassuolo in Serie A e ha dimostrato qualità importanti nella gestione del gruppo e nella valorizzazione dei giocatori. In fondo, pur con dispiacere perché ho sempre avuto un buon rapporto con lui, metto Alessio Dionisi."

Analizzando la carriera di Grosso emerge un trend chiaro: ottimi risultati dove ha tempo di programmare (Sassuolo, Frosinone), esoneri rapidi in contesti più frenetici (Lione, Brescia). Un suo commento riguardo a questo e quanto ha inciso la serenità dell’ambiente neroverde nella creazione del gruppo e nel raggiungimento dei risultati?

Antonio Parrotto:

"Bisogna contestualizzare quelle esperienze. A Brescia si trattò della sua prima avventura in Serie A da allenatore e durò appena tre partite. Una situazione molto particolare, in una realtà complicata e con una presidenza come quella di Cellino. È difficile trarre conclusioni da un’esperienza così breve.

Anche il Lione rappresentava un contesto estremamente delicato. Grosso accettò una sfida complicata, in una squadra di cui era stato anche giocatore. L’avventura durò poche partite e purtroppo viene ricordata soprattutto per la terribile immagine pubblicata da L’Équipe dopo gli incidenti della gara contro il Marsiglia, quando riportò una ferita al volto. Non sono state esperienze semplici e credo che siano arrivate in momenti molto particolari della sua carriera.

A Sassuolo, invece, abbiamo visto tanti allenatori riuscire a esprimersi al meglio. Di Francesco è rimasto per cinque anni portando il club in Europa. De Zerbi ha stabilito record importanti e ha costruito le basi della carriera che lo ha poi portato ai massimi livelli. Anche Dionisi, almeno nei primi anni, ha ottenuto risultati positivi.

Il motivo è semplice: Sassuolo è probabilmente uno degli ambienti migliori in Italia per lavorare. C’è poca pressione, c’è una società che protegge il proprio allenatore e c’è la possibilità di lavorare con serenità.

Anche dal punto di vista mediatico il contesto è completamente diverso rispetto ad altre piazze. A Firenze, invece, tutto assume una dimensione differente: c’è una tifoseria molto più numerosa, una copertura mediatica enorme e aspettative decisamente più alte.

Ecco perché la vera curiosità su Grosso riguarda proprio questo aspetto. A Sassuolo e Frosinone ha dimostrato di poter fare molto bene quando ha il tempo di lavorare e costruire. Adesso sarà interessante vedere come reagirà in una realtà esigente e passionale come Firenze, dove la pressione e le aspettative sono inevitabilmente superiori."

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