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Due anni con Grosso: “Equilibrio, verticalità e quel masterpiece contro Fabregas”

Matteo Torniai Redattore 

Partiamo dalla fine: le sconfitte contro Torino, Lecce e Parma. Cosa è successo in quel frangente e quanto ha pesato quel finale sulla valutazione complessiva della stagione del Sassuolo?

Antonio Parrotto:

"Secondo me non ha pesato sulla valutazione complessiva della stagione. È chiaro che dispiace chiudere così, soprattutto considerando il percorso compiuto dal Sassuolo e da Fabio Grosso in questi due anni. Quando è arrivato, la squadra era reduce dalla retrocessione in Serie B: aveva certamente a disposizione una rosa molto forte costruita dalla società, ma vincere non è mai scontato. Lo abbiamo visto tante volte: ci sono squadre attrezzatissime che restano in Serie B per anni senza riuscire a tornare subito in Serie A.

Credo che Grosso sia stato il principale artefice sia della promozione dello scorso anno sia dell’ottimo campionato disputato in Serie A. Per questo motivo quelle tre sconfitte finali non macchiano minimamente il percorso fatto.

Piuttosto resta il rammarico di non aver superato quota 50 punti, che era diventato un obiettivo concreto nel finale di stagione. In alcuni casi, inoltre, le prestazioni non sono mancate. Penso alla gara contro il Lecce: al 95’ Volpato ha avuto l’occasione per segnare il 3-2 e cambiare completamente il giudizio sulla partita. Nell’azione successiva, invece, il Lecce è ripartito e ha trovato il gol vittoria. È uno di quei casi in cui i dettagli, come ama sottolineare Fabio, fanno davvero tutta la differenza.

Sono sinceramente soddisfatto del lavoro svolto da Fabio Grosso e penso che lo siano anche i tifosi neroverdi. Non credo gli si possa rimproverare nulla per quelle tre sconfitte. La parola giusta è ‘peccato’, perché gli avrebbero consentito di salutare Sassuolo nel migliore dei modi. Ma il suo percorso resta eccellente e non può essere messo in discussione da quel finale."

Nella conferenza di presentazione Grosso dichiarò: “Mi piace lavorare sul migliorarsi quotidianamente per far rendere i ragazzi al meglio”. Ha mantenuto questa promessa di miglioramento costante, citando il titolo del suo libro?

Antonio Parrotto:

"Credo che il lavoro di un allenatore non si misuri soltanto attraverso i risultati, anche se ovviamente restano fondamentali. Si valuta anche dalla crescita dei calciatori e, sotto questo aspetto, Grosso ha migliorato davvero molti giocatori.

Uno degli esempi più evidenti è Muharemovic. Arrivava dalla Juventus Next Gen, quindi dalla Serie C. Lo scorso anno era partito in sordina, poi si è conquistato spazio e quest’anno, al suo primo campionato da titolare in Serie A, ha disputato una stagione eccellente, arrivando anche a conquistare la nazionale bosniaca. Oggi è uno dei giocatori più interessanti della rosa in ottica mercato.

Ma non c’è soltanto lui. Penso anche a Laurienté, che probabilmente con Grosso ha vissuto le migliori stagioni della sua carriera. Lo scorso anno è stato capocannoniere della Serie B, mentre in Serie A ha chiuso con numeri molto importanti, realizzando 7 gol e 9 assist. Da gennaio in poi, per continuità di rendimento, è stato probabilmente il miglior giocatore del Sassuolo.

In questi due anni non ho mai sentito un giocatore parlare male di Grosso, nemmeno chi ha giocato meno. E forse questa è la vittoria più significativa per un allenatore.

In Serie B era riuscito a ruotare maggiormente la rosa, mentre in Serie A il livello si è inevitabilmente alzato e distribuire minutaggio è diventato più complicato. Nonostante questo, nel corso della stagione praticamente tutti hanno avuto il proprio spazio e sono riusciti a dare un contributo. Anche questo è merito del lavoro svolto da Grosso."

Se dovesse definire il suo stile di gioco in modo secco, lo considera dogmatico o camaleontico? Verso quale estremo tende di più e perché?

Antonio Parrotto:

"Non lo definirei assolutamente un allenatore dogmatico. Al contrario, è un tecnico che sa adattarsi molto bene alle situazioni e agli avversari.

Non è un ‘giochista’ nel senso più moderno del termine. Non è un allenatore che arriva e pretende di imporre sempre e comunque la propria idea di calcio, come può fare ad esempio Fabregas con il suo possesso palla molto strutturato.

La sua base tattica è il 4-3-3, ma all’interno di questo sistema è capace di cambiare approccio a seconda delle esigenze. La sua idea principale è la verticalità: quando si presenta l’opportunità, la squadra deve andare subito in avanti. Ovviamente utilizza anche il possesso palla, ma senza trasformarlo in un principio assoluto.

L’esempio migliore è probabilmente la vittoria contro il Como (2-1 dello scorso 17 aprile). A mio avviso quella partita rappresenta uno dei capolavori tattici di Grosso. Preparò la gara in maniera impeccabile e vinse nettamente il duello con Fabregas. Lo stesso allenatore spagnolo, nel post partita, parlò di un vero e proprio ‘masterpiece’ da parte di Grosso.

Quella partita spiega bene chi è Grosso: un allenatore che sa leggere le gare e adattarsi. In altre occasioni, invece, ha tenuto maggiormente il possesso e imposto il gioco. Molto dipende anche dalle caratteristiche dei giocatori che ha a disposizione. Con elementi come Berardi e Laurienté, ad esempio, avere spazio in campo aperto diventa un’arma devastante. Anche per questo motivo tende a modellare il proprio calcio sulle qualità della rosa."

Grosso è un allenatore offensivo o difensivo? Sull’1-0, la sua squadra gioca per gestire il vantaggio o per segnare il secondo gol?

Antonio Parrotto:

"Non sarebbe corretto definirlo un allenatore difensivista. Non è uno di quei tecnici che, una volta trovato il vantaggio, si chiude davanti alla propria area per difendere l’1-0.

Allo stesso tempo non è neppure un allenatore estremamente offensivo, pronto a sbilanciarsi completamente pur di cercare altri gol. La parola che lo descrive meglio è equilibrio. Grosso cerca sempre di mantenere una squadra compatta e bilanciata, con l’obiettivo di fare un gol in più dell’avversario.

Per questo motivo definirlo difensivo sarebbe riduttivo, ma sarebbe altrettanto sbagliato collocarlo all’estremo opposto. Non è un tecnico alla De Zerbi che, sull’1-0, potrebbe addirittura aumentare ulteriormente il peso offensivo della squadra. Grosso cerca soprattutto equilibrio e gestione intelligente delle partite, senza rinunciare alla possibilità di chiuderle quando se ne presenta l’occasione.”