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Pasqual/2: “In finale a Roma serata surreale. Della Valle? Lo chiusi in uno stanzino”

Redazione VN
L’ex capitano vuota il sacco: il retroscena drammatico sulla Coppa Italia 2014 e lo scontro societario nell'anno di Sousa

Dopo aver ripercorso i grandi anni di Prandelli, la Champions e gli aneddoti più leggeri dello spogliatoio della Fiorentina, l'ex capitano Manuel Pasqual, ospite di “Secolo Viola” (il podcast ufficiale del club per i suoi cento anni), affronta i momenti più intensi, drammatici e intimi della sua lunghissima esperienza a Firenze. Dalle ferite sul campo ai clamorosi retroscena di mercato, fino all'addio straziante.

La finale surreale di Roma: "Celle telefoniche spente"

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Nel 2014 la Fiorentina, pur falciata dagli infortuni di Gomez e Rossi, raggiunse la finale di Coppa Italia a Roma contro il Napoli. Una serata drammatica, segnata fuori dallo stadio dal ferimento mortale del tifoso napoletano Ciro Esposito, che destabilizzò profondamente l'ambiente viola prima ancora del fischio d'inizio:

"Il momento più strano fu dopo il riscaldamento. Eravamo pronti, con le maglie indosso per uscire dal tunnel. Il direttore di gara mi fermò: 'Pasqual, dove state andando?'. Gli risposi che eravamo pronti per l'orario d'inizio e lui ribatté: 'No, ma non vedi cosa succede fuori?'. Nella stanza c'era un proiettore che trasmetteva le immagini della tv, ci spiegarono che forse la partita non si sarebbe giocata per l'uccisione di una persona. Ci rimandarono negli spogliatoi senza sapere per quanto tempo saremmo rimasti lì. Zero comunicazioni. Addirittura le celle telefoniche dello stadio vennero messe in modalità 'off', i cellulari non funzionavano e non potevamo nemmeno chiamare i nostri familiari in tribuna per sapere se stessero bene. Quell'attesa surreale non ci fece staccare la spina, ma abbassò inevitabilmente il livello di tensione nervosa e di attenzione mentale di cui avevamo bisogno. Il Napoli segnò due gol subito. Poi entrammo in partita, Vargas fece il 2-1 ma non riuscimmo a pareggiare. È il mio rimpianto più grande perché dipendeva solo da noi, ma non ho rimproveri tecnici: purtroppo non fu una festa di sport, una persona perse la vita".

L'era Paulo Sousa e lo strappo con la società

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Nel 2014/15 e nell'anno successivo con Paulo Sousa, la Fiorentina mantenne un'incredibile continuità ad alti livelli, volando persino al primo posto in classifica nei primi sei mesi del tecnico portoghese grazie a un'organizzazione tattica maniacale. In quella stagione nacque il dualismo sulla corsia sinistra con Marcos Alonso, ma Pasqual svela che i veri problemi non erano legati al campo:

"Marcos era tornato dal prestito al Sunderland con un livello completamente diverso, era diventato un giocatore top. Io ero persino contento quando riuscivamo a coesistere nel 3-4-3 di Sousa. In una squadra di livello serve la competizione per alzare l'asticella. I problemi che nacquero in quell'anno non erano legati a quante partite giocassi. La verità è che la gestione societaria voleva un 'capitano signor sì', mentre io sono sempre stato il rappresentante della squadra, nel bene e nel male, quando c'era da discutere. Venivo visto come un rompiscatole per via del rispetto di certe regole, costanza e valori umani. Mi vedevano quasi come un allenatore aggiunto e per questo fui messo all'angolo. Accadde lo stesso anche a Davide Astori, che venne escluso dopo una partita solo per aver alzato la voce nello spogliatoio per spronare la squadra a livello caratteriale. Agli allenatori questo non piaceva".

"Ho rinchiuso Della Valle in uno stanzino"

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Dopo il mercato di gennaio di quella stagione il giocattolo si ruppe e la squadra scivolò in classifica. Per Pasqual si avvicinava la fine del contratto, nel silenzio assoluto dei vertici societari. Fino all'8 maggio 2016, alla vigilia dell'ultima gara casalinga contro il Palermo:

"Nessuno mi diceva nulla sul rinnovo, continuavano a rimandare. Quel giorno, al vecchio centro sportivo, presi il presidente Andrea Della Valle e lo rinchiusi letteralmente in uno stanzino. Gli dissi con calma: 'Ora tu mi devi dire se mi rinnovi il contratto o no. Non mi importano le cifre, voglio solo sapere la verità'. Lui nicchiava, provava a scappare, ma io insistetti: 'Me lo devi dire ora, perché domani potrebbe essere la mia ultima partita al Franchi. Se è l'ultima lo accetto, è un mio dovere, ma voglio salutare la mia gente. Non voglio andarmene con la classica letterina fredda dopo essere stato messo al macero. Se devo piangere, voglio farlo davanti ai miei tifosi'. Dieci minuti dopo mi comunicò che non avremmo proseguito insieme. Me ne andai a casa con la coda tra le gambe, ma il giorno dopo ho potuto salutare tutti ed è stato un gesto di estrema correttezza".

Il Franchi si sciolse in un tributo commovente per il suo capitano, suggellato da un ultimo, poetico ricordo legato ai magazzini del vecchio centro sportivo: "Nel corridoio verso la lavanderia c’era una mia foto gigante mentre esultavo a Genova. L'ultimo giorno ho autografato quella foto e ho scritto un pensiero: 'Non ho mai vinto nulla sul campo, ma ho vinto il trofeo più grande: sono entrato nel cuore della gente'. Questo è il bello dei fiorentini: il giorno prima ti criticano se sbagli un cross, ma alla fine riconoscono se hai dato tutto il cuore, l'anima e il sangue per la maglia".

L'incubo Delio Rossi e i brividi della Nazionale

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Se deve scegliere i momenti più clamorosi nei suoi 11 anni in viola, i ricordi si affollano: dalle storiche trasferte inglesi a Liverpool ed Everton ("ci lanciavamo tra i tifosi e gli steward non volevano!"), fino ai momenti drammatici che hanno fortificato il gruppo. Su tutti, le tre settimane successive al traumatico scontro Delio Rossi-Ljajic nel 2012: "Non fu semplice gestire quel finale di campionato. La società affidò la squadra a Vincenzo Guerini come capo allenatore e lui fu formidabile a livello mentale: riuscì a fare lo 'switch' psicologico nella testa della squadra, traghettandoci fino alla salvezza matematica ottenuta alla penultima giornata a Lecce. Alti e bassi pazzeschi".

Ma l'emozione più forte vissuta al Franchi, paradossalmente, non è legata alla Fiorentina:

"Il primo flash che mi viene in mente se penso allo stadio è la mia prima presenza in Nazionale a Firenze. A venti minuti dalla fine, tutto lo stadio iniziò a cantare in coro: 'Siamo venuti fin qua per vedere giocare Pasqual!'. Sentire la mia gente cantare quel coro mentre indossavo la maglia dell'Italia mi ha dato dei brividi indescrivibili".

Il presente: la TV e il lavoro con l'Under 16 dell'Italia

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Oggi Manuel Pasqual sta benissimo e ha saputo reinventarsi con enorme successo, vivendo il calcio prima da opinionista TV (in Rai e a DAZN) e ora di nuovo sul rettangolo verde, grazie al "martellamento" continuo di due persone a lui vicine che lo volevano assolutamente vedere all'opera con i giovani:

"L'anno scorso ho fatto da vice a mister Franceschini nell'Under 18 azzurra, un percorso stupendo che mi ha insegnato la gestione del gruppo. Questa stagione appena passata sono stato l'allenatore in prima dell'Under 16 della Nazionale, lavorando con un gruppo di buon livello di ragazzi nati nel 2010. È stupendo vedere come ti seguono. Mi stanno insegnando tanto. Con ragazzi di 15 anni la bravura deve essere quella di tarare l'insegnamento, capendo quando guidarli e quando invece lasciarli sbattere la testa così imparano da soli attraverso i fallimenti".