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Perché la difesa a tre nella Fiorentina non funziona

Matteo Torniai Redattore 

Il 3-5-2, almeno sulla carta, dovrebbe garantire equilibrio. E in parte lo fa. La squadra è quinta (sulle 13 squadre che hanno utilizzato questo modulo in Serie A) per passaggi a partita, perde pochissimi palloni - addirittura è l’ultima per palle perse, meglio persino dell’Inter - e produce un buon numero di conclusioni, risultando seconda per tiri. Eppure segna appena un gol di media a gara e soprattutto crea pochissimo tra le linee, con appena 0,4 filtranti a partita. Il possesso è ordinato, ma orizzontale, raramente rompe le linee avversarie. Si costruisce con tanti uomini bassi, spesso anche con un centrocampista che si abbassa tra i centrali, ma si finisce per intasare la zona centrale senza trovare la giocata decisiva.

Il 3-4-2-1, che teoricamente dovrebbe aumentare qualità e creatività grazie ai due trequartisti, finisce per accentuare i limiti. La Fiorentina è ultima (sulle 14 squadre che hanno utilizzato questo modulo in Serie A) per passaggi chiave a partita, penultima per tiri e segna in media 0,7 gol a partita. Il dato sui passaggi chiave è forse il più indicativo: la manovra si sviluppa, ma non produce occasioni pulite. Gudmundsson si muove tra le linee e prova ad accendere la luce, ma non è un giocatore che vive di assist risolutivi continui né uno che ribalta da solo le partite. Le punte, che siano Kean o Piccoli, sono attaccanti che cercano profondità e campo aperto, ma con il baricentro spesso alto (soprattutto con Pioli) e una costruzione lenta quello spazio si riduce.

Il paradosso è che con la difesa a tre la Fiorentina perde poco palla, ma quando la perde si scopre. I quinti sono alti, il centrocampo è schiacciato in avanti e i tre centrali (non dei velocisti, pensando ad esempio a Pablo Marì nella prima parte di campionato) devono correre all’indietro in campo aperto. Così anche squadre che non fanno della transizione la propria arma principale trovano terreno fertile per ripartire. È successo contro il Verona, è successo a Udine (ecco perché), dove l’assenza di verticalità viola ha favorito una partita d’attesa per i bianconeri, pronti a sfruttare la forza fisica e la profondità dei propri attaccanti.