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Il Piano Marshall di Paratici: nasce così a Firenze la spinta per tutto il sistema

Paratici
Paratici ha le idee chiarissime sul percorso da seguire per liberare la strada dalle macerie del triplo fallimento mondiale
Federico Targetti
Federico Targetti Caporedattore 

"Io sono responsabile della mia rosa…" ripeteva il piccolo principe per tenerlo a mente. La rosa che Antoine de Saint-Exupéry scolpisce nell'immaginario di ogni bambino che legge la sua opera immortale diventa, negli occhi di chi dedica venti ore su ventiquattro ogni giorno al calcio, una rosa di calciatori, da allestire e far rendere al meglio attingendo ad ogni risorsa a disposizione. Questo è il mondo di Fabio Paratici, che ci ha aperto una piccola finestra su di esso all'Arena Civica Gianni Brera di Milano, in un panel sui giovani nel sistema calcio italiano tenuto prima della finale di Coppa Italia Primavera vinta ai rigori dall'Atalanta sulla Juventus.

Paratici in prima linea

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Responsabilità, consapevolezza, coraggio, studio. Sono questi i concetti attorno ai quali ruota il Paratici-pensiero. Quello che a febbraio si è legato per quattro anni e mezzo alla Fiorentina è un dirigente che, in quanto tale, sente il peso della responsabilità del triplo fallimento del nostro calcio, incapace di produrre una Nazionale in grado di qualificarsi ai Mondiali per tre volte consecutive.

Mi sento molto arrabbiato con me stesso per il periodo che stiamo passando: dovremmo essere tutti un pochino più responsabili e severi nei confronti di quello che facciamo, perché siamo responsabili del calcio italiano come club. Dobbiamo avere responsabilità come club singoli ma anche come sistema, non dico delle riforme, ma proprio di metodologie, strutture, persone che possono lavorare. Dobbiamo essere migliori, studiare, e ripeto che lo dico in primis per me, che mi sento responsabile di quello che non facciamo, più che di quello che facciamo. 

Il progetto Under 23 è solo la punta dell'iceberg

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Sulla dichiarazione d'intenti sull'Under 23 e sulla voglia di lanciarla quanto prima anche in chiave viola abbiamo già approfondito, ma è lo stesso Paratici ad assicurare che la seconda squadra, per quanto passaggio chiave della sua agenda, non è che l'ultimo anello, in ordine di tempo, della trafila del settore giovanile. Anche perché se tutti avessero la seconda squadra e nascesse una sorta di Primavera Plus, come accade in Inghilterra, con solo Under 23, il problema non sarebbe affatto risolto. Una sorta di praticantato, allora, come quelli che interessano la maggioranza dei mestieri. Avvocati, ingegneri e così via... così per i calciatori. E ove ciò non si dimostri possibile, perché ci sono regole e tempistiche da rispettare, un club virtuoso deve essere in grado di imporsi le giuste regole da solo. 

In Francia 40 anni fa hanno tirato su il centro tecnico federale di Clairefontaine, dove i migliori ragazzi si allenano insieme durante la settimana. Se oggi noi togliessimo 4 ragazzi alla Juve, 3 alla Fiorentina, 2 al Parma, 6 alla Roma dal lunedì al venerdì per radunarli a Coverciano e li restituissimo al sabato alle squadre di appartenenza per la partita, ci sarebbe una rivolta. Allora cerchiamo di crearcela nei club questa situazione, cerchiamo di mettere insieme i migliori, indipendentemente dall'età. Se tutte le società avessero la seconda squadra, forse l'Under 19 non servirebbe. Più alziamo l'età, e meno serve quel campionato, soprattutto a chi è vicino al limite di età. Piuttosto troviamo percorsi alternativi, diamoli con percentuali alle squadre di Serie C, mantenendo la possibilità di ricomprarli. Credo che il sistema non possa sopravvivere se non ci sono i vasi comunicanti. Un 50% sulla futura vendita per una squadra di Serie C è una cifra importante dal suo punto di vista. Se continuiamo a mettere un anno in più di Primavera è inevitabile che qualcosa ci scappi.

Problema? Più metodologico che infrastrutturale

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In un momento in cui seguiamo con distratto interesse (ossimoro particolare, ma che troviamo calzante per descrivere lo stato dell'arte) il percorso che porterà alla conferma o meno dell'assegnazione di Euro 2032 all'Italia assieme alla Turchia, e quindi i vari progetti sugli stadi, il tema infrastrutture sembra centrale. Ma Paratici sposta la lente di ingrandimento sulle persone e sulle metodologie. Il motivo è semplice: 20 anni fa vincevamo i Mondiali, e le strutture di allora erano senza ombra di dubbio meno e meno all'avanguardia di quelle di oggi. Ergo, il problema non può essere, o comunque non può essere soltanto quello. Sono i professionisti cui si affidano i ragazzi a fare la differenza, e ben venga se certi metodi o certi istruttori sono mutuati dall'estero: ne nascono contaminazioni nuove, efficaci, vantaggiose.

Quasi sempre stiamo su aspetti tecnici, tattici, fisici, e non sento mai parlare di intelligenza, carattere, ambizione. Sono fattori importanti, non ci manca solo il numero 10, ma anche il difensore che sa proteggere l'area, il portiere che si muove prima. Fra un po' il calcio italiano se continua così fa come gli orsi polari, va in estinzione. I nostri giovani, alla base, non sono inferiori a quelli degli altri paesi, dipende tutto da come li formiamo. Spagna e Portogallo hanno il nostro stesso clima, infrastrutture non troppo dissimili e hanno più successo, quindi la differenza deve stare in quello che facciamo noi, non si scappa.

Che livello calcistico, di conoscenza calcistica abbiamo noi? Siamo noi che stiamo addosso agli allenatori, glielo diciamo bene come devono riconoscere il talento, quali nozioni devono saper far riconoscere ai giocatori? Sono queste le domande che Paratici si pone e pone al suo team ogni giorno. Il suo, a Firenze, non sarà un percorso semplice, né tantomeno breve, ma la cosa non sembra preoccuparlo minimamente. E allora in bocca al lupo, direttore. La seguiremo con curiosità.