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CorSport scrive: “Così viene raccontato Fabio Grosso dall’ambiente calcistico”
Cristiano Gatti, sulle pagine del Corriere dello Sport, ha commentato l'arrivo di Fabio Grosso alla Fiorentina. Ecco le parole del noto giornalista:
E la semifinale contro i padronissimi di casa, i tedeschi favoriti senza neanche quotazione al botteghino, vogliamo parlare di quella semifinale? Al 119’ corner di Del Piero, palla al nostro Leonardo, Andrea Pirlo, subito un’illuminazione geniale in area, Grosso s’infila dentro, tiro a giro d’interno sinistro e i tedeschi rivedono anche stavolta il film già visto, più replicato di Montalbano, un incubo perenne, quello che qui chiamiamo non vincerete mai... Al tempo: ci sono di nuovo dentro fino al collo. Sarà che vanno a incominciare altre notti mondiali senza la nostra decadente presenza, ma dirmi Grosso è farmi partire come un juke-box, butta il gettone e te la canto, sempre inesorabilmente quella, l’urlo disumano di Berlino. Gli chiedo scusa, Grosso ha tutto il diritto di non fermarsi lì, la sua vita è andata avanti per altri vent’anni, sempre allo stesso modo, come la sua prima vita, tra fatiche, ostacoli, frustrazioni, ma anche con una tenacia, una serietà, un’abnegazione decisamente più forti di quell’urlo. Grosso calciatore viene rottamato da Conte, Grosso allenatore le passa tutte, dagli esoneri a Bari, Verona, Brescia, alla promozioni in A col Frosinone e col Sassuolo, passando anche per quella vergognosa legnata di Lione, legnata per modo di dire, in realtà una pietra lanciata dai simpatici tifosi del Marsiglia, autentica impresa da criminali fondi di galera, col nostro Fabio mezzo sfigurato in ospedale a chiedersi un perché. Grosso è personaggio anti-personaggio, indole di poche parole, ma capace di una parola sola, quella data e mantenuta, come lo raccontano nell’ambiente. Grosso è questo e altro ancora, adesso che lo chiama la Fiorentina avrebbe tutto il diritto di ben altro ritratto, un profilo da signor allenatore per filo e per segno. Lo riconosco, è al di sopra delle mie capacità, ma forse più ancora delle nostre nostalgie. Grosso potrà vincere in panchina più scudetti di Ancelotti e Allegri, di Conte e Capello, ma in una parte di noi, sopravvissuta intatta agli assalti delle delusioni e dei fallimenti di quest’epoca azzurro cupo, Grosso sempre quello resterà: l’urlo di Berlino, dopo Tardelli, l’altro urlo di un’Italia con la spina dorsale.
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