Dove la metti sta? No, dove la metti segna. Madelen Janogy per l'attacco della Fiorentina femminile è da un paio d'anni quello che si può definire un punto fermo, anche se l'abbiamo vista in ogni posizione del fronte offensivo: centravanti, seconda punta, ala sinistra, ala destra. Il minimo comun denominatore è la palla in rete e le compagne ad abbracciare la classe 1995 nativa di Falköping, Svezia, arrivata nel 2024 dall'Hammarby. L'abbiamo raggiunta al Viola Park per entrare brevemente nel suo mondo.

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Janogy: “Mente svedese, creatività maliana. Qui c’è tutto ma il calcio femminile stenta”
Madelen, sei in Italia ormai da due anni, dopo tanta esperienza in Svezia: quali sono le principali differenze calcistiche che hai notato?
La più grande differenza è che in Italia è tutto molto più tecnico e competitivo: ogni squadra può battere chiunque. In Svezia il campionato è diverso e molto più fisico, cosa che in Italia forse manca un po’.
E tu? In quale idea di calcio pensi di esprimerti meglio?
Se dovessi scegliere direi tecnico piuttosto che fisico, ma io sono dell’idea che se vuoi competere nei migliori campionati hai bisogno di entrambi.
Quando hai scelto di venire in Italia, avevi già un’idea del contesto del nostro calcio femminile? Ti ha sorpresa più in positivo o in negativo rispetto a quello scandinavo?
Ne ero al corrente, ma all’inizio non me lo aspettavo così. Se penso agli stadi o ad alcuni campi in cui abbiamo giocato rimango un po’ scioccata da questa differenza. Inizialmente potevo anche accettarlo, ma dopo due anni ho visto pochissimi cambiamenti.
In Italia siamo veramente così indietro o è solo un concetto basato sul livello di infrastrutture o sul seguito delle partite?
Io posso parlare solo della mia esperienza qui alla Fiorentina e qui, ovviamente, abbiamo tutto quello che ci serve per essere calcisticamente al livello degli altri; dal punto di vista calcistico è bene o male identico a quello che facevo in Svezia. La cosa cambia quando si parla di pubblico, in Italia c’è meno seguito. Si percepisce che il calcio femminile stenta a crescere.
Quest’anno dalla Svezia è arrivato mister Pinones-Arce, che tu hai già avuto come allenatore e col quale hai già vinto. Che tipo di allenatore è?
E’ un allenatore tutto d'un pezzo, lavora molto sullo sviluppo della manovra. Vorrebbe giocare un calcio molto italiano, quindi tanta costruzione e meno fisicità. E’ uno che chiede molto alle sue giocatrici.
Il suo miglior pregio?
Con lui, quando scendo in campo, sento di poter giocare senza paura, di poter essere coraggiosa e poter fare errori e, in caso li commettessi, lui non mi aggredisce ma mi sprona a fare meglio. C’è una fiducia reciproca.
In questa stagione il mister ti ha utilizzata in tutti i ruoli dell’attacco: Dove ti senti più a tuo agio e qual è il tuo ruolo ideale?
Non posso dirlo adesso, magari vengo messa a sinistra dove non mi piace ma segno e allora mi dicono: “No, devi stare lì”. Però, se dovessi scegliere, sulla destra è dove mi sento più a mio agio.
Il vostro è un gruppo composto fondamentalmente da due blocchi culturali: quanto incide questo nell’unione dello spogliatoio e dell’identità della squadra?
Più che un blocco io vedo un’insieme di culture diverse. Noi siamo brave a connetterci e a unire le nostre differenze; soprattutto siamo curiose di imparare qualcosa da tutti. Ci sono ovviamente tante differenze che impattano sulla vita di tutti i giorni: per esempio parlo spesso con Benedetta Orsi, e quando succede qualcosa magari lei reagisce in maniera differente dalla mia. All’inizio questa cosa mi stupiva un pochino. La sensazione è quella di uno scambio reciproco per una crescita di gruppo.
Come si arriva a questa sintonia?
Sicuramente essendo aperti e curiosi. Ovviamente non mancano le difficoltà, ma la chiave di tutto è che la differenza non deve essere un ostacolo e un modo per capirsi.
Una cosa che incuriosisce molto è il tuo background culturale: nata in Svezia da madre svedese e padre del Mali. Quanto ha inciso sulla calciatrici e la persona che sei oggi?
E’ buffo, mio padre è maliano, io però non sono mai stata in Africa anche se spero di andarci presto. Sento di avere dentro di me molta cultura svedese ma anche molta cultura africana. Anche se non ci sono mai stata, mi sento molto legata alla mia parte maliana. Mentalmente ho una struttura svedese, in campo però esce molto anche la mia parte africana, quella creativa. Sono una giocatrice strutturata ma alla quale piace non far sapere all'avversaria la sua prossima mossa.
La passione del calcio da dove arriva?
Non lo so, la mia famiglia non è molto sportiva. Una volta mia padre ha colpito un pallone di testa, ha avuto una semi commozione cerebrale e non si ricordava dove era! (ride, ndr)
Purtroppo ci si imbatte ancora in casi di razzismo. Nel tuo percorso personale e sportivo hai vissuto anche momenti più complessi legati alle tue origini o anche in questo la Svezia è avanti?
In Svezia non mi sono mai sentita discriminata, in campo non è mai successo nulla. Fuori dal campo però è successo; magari io non me lo ricordo, ma mio padre dice che è sempre successo. Quando è arrivato in Svezia spesso veniva etichettato, tornava a casa e diceva: “Mi hanno chiamato in quel modo lì”. Io però mi sono sempre sentita al sicuro in Svezia.
E in Italia invece? Nel nostro Paese il razzismo è una piaga sempre troppo diffusa.
No, per ora nemmeno in Italia ho subito episodi di razzismo.
Tra pochi giorni sarete impegnate contro la Juventus per la semifinale di ritorno di Coppa Italia: all’andata avete creato tanto ma è mancata concretezza. È un aspetto su cui avete lavorato?
E’ una questione mentale, tu devi essere migliore in ogni partita specialmente adesso che ci aspetta una semifinale. Dobbiamo essere migliori di quelle viste all’andata, dobbiamo alzare sempre di più l’asticella. Abbiamo una buona fase di costruzione, lavoriamo molto bene nel fraseggio ma dobbiamo migliorare e abbiamo lavorato tutto sulla fase della conclusione. Io personalmente ho lavorato molto sulla parte mentale per accendere mente e corpo, per ricreare l'adrenalina che si crea quando ti trovi lì, sotto porta. Devo avere il fuoco dentro. Dobbiamo cambiare solo poche cose: mentalità e dettagli.
Dopo un periodo complicato siete tornate in piena corsa per l’Europa: dove può arrivare questa Fiorentina? In campionato vi attende lo scontro diretto contro la Juventus: che partita ti aspetti?
Io credo sempre che possiamo arrivare tra le prime tre. Questo è un campionato molto competitivo e sappiamo che dobbiamo vincere. Dobbiamo però pensare partita dopo partita, prima c’è la Coppa Italia poi penseremo al campionato. Il margine è strettissimo, una sola partita può fare la differenza. Dobbiamo essere brave a gestire la pressione, credo al 100% nelle nostre abilità e dobbiamo accettare l’idea che questo è quello che dobbiamo fare: dobbiamo andare avanti a vincere partita dopo partita senza sperare che si fermino quelle davanti.
Recentemente hai rinnovato fino al 2028, ti reputi una leader di questa squadra?
Per me è importante prendermi le responsabilità, ho giocato molto e ho tanta esperienza, se c’è da fare un passo avanti lo faccio volentieri. Nel mio ideale però, ci sono 28 leader nello spogliatoio. Solo così puoi vincere. Non mi sento personalmente una leader, ma una trentenne con molta esperienza.
Per concludere una domanda sulla tua Nazionale, la Svezia si qualificherà ai Mondiali?
Si! Al 100%! Forza Svezia e forza Viola!
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