L’incipit dell’articolo di Benedetto Ferrara

Il Pacos de Ferreira ha un nome più da chitarrista folk lusitano che da squadra di calcio, ma questo conta poco. Quello che conta è tornare in Europa, e ricominciare un viaggio interrotto tre anni e mezzo fa, quando Ariel Robben (era il 9 marzo del 2010), con la sua giocata più prevedibile ma anche più spietata, rientrò sul sinistro e calpestò il cuore di uno stadio deluso e arrabbiato. Da allora ad oggi è successo tanto e anche di più: il declino prandelliano, i due anni di navigazione a vista nel mar dei Sargassi e quindi la rinascita folgorante e tutti quegli aggettivi sul gioco e lo spettacolo di una Fiorentina da stropicciarsi gli occhi. Beh, da qualche parte si doveva comunque ricominciare. E, come spesso capita in questi casi, una volta conquistato, soffrendo anche un po’, il girone di Europa League, la squadra di Montella si trova a fare i conti con il fascino dell’ignoto. Almeno in parte. Il Pacos, come il Pandurii, non è che uno se lo va a vedere tutte le sere sui canali satellitari per rifarsi la bocca. E se è giusto dire che comunque è sempre bene non prendere sotto gamba nessun avversario (ci mancherebbe), è forse anche giusto ricordare che in sfide come queste, con tutto il rispetto, i problemi alla Fiorentina li può creare solo la Fiorentina stessa.

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