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Piccoli e il “peso del suo trasferimento”: come e perché è stato pagato così tanto

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La confessione di Vanoli diventa oggetto di riflessione: cosa sta accadendo nelle mente di Roberto Piccoli?
Matteo Torniai Redattore 

Le parole di Paolo Vanoli, pronunciate nel post partita del Maradona, hanno acceso una riflessione che a Firenze covava da mesi. "Purtroppo Roberto a volte ha accusato il peso di questo trasferimento, ma si sta mettendo a disposizione. Lui e Kean, lavorandoci, sono una bella coppia: manca un po’ il tempo, ma sono cresciuti". Dentro questa frase non c’è solo un’analisi tecnica. C’è il senso di un investimento, di un’idea di mercato e delle difficoltà incontrate nel trasformarla in rendimento immediato.

Roberto Piccoli, infatti, non è stato un acquisto nato all’improvviso. Il suo nome era in cima alla lista viola già a giugno, individuato come possibile sostituto di Kean in caso di partenza. Era già lui il prescelto. Poi, ad agosto, su esplicita richiesta di Stefano Pioli di avere un’altra punta capace di attaccare la profondità, la Fiorentina ha deciso di affondare il colpo: 25 milioni più 2 di bonus e il 10% sulla futura rivendita al Cagliari. Ventisette milioni complessivi che lo rendono, numeri alla mano, l’acquisto più costoso della storia del club al pari di Nico Gonzalez.

"Con il presidente avevano deciso di non cedere Piccoli e Zortea a meno che non fosse arrivata un'offerta a cui non potevi dire di no", ha confermato dopo la cessione il ds rossoblù Angelozzi. "Abbiamo deciso di accettare, perché era giusto farlo e da lì è scattato il piano B. La Fiorentina ha cercato di anticipare i tempi e ha capito che magari c'era qualche altra squadra che poteva intervenire. E' stato un caso. Era una trattativa per la quale dicevamo a tutti no. C'erano tante squadre su di lui anche straniere ma nessuno arrivava ad offrire quella cifra che il Presidente aveva detto. Loro sono stati più bravi e l'abbiamo chiuso venerdì prima della partita a malincuore". Poi è iniziato questo maledetto campionato, proprio alla Unipol Domus di Cagliari.

Una scelta forte, meditata, quasi un blitz per anticipare la concorrenza di Benfica, West Ham e Roma. Piccoli era considerato l’attaccante italiano emergente più forte tra quelli realmente acquistabili. Ma tra l’idea e il campo si è inserita una variabile tutt’altro che secondaria: il peso di quella cifra.

Da agosto a fine gennaio, Piccoli ha collezionato 24 presenze, 4 gol e un assist. Numeri che raccontano un rendimento intermittente, condizionato anche dal contesto tattico. Perché alla fine Kean è rimasto e la convivenza ha imposto la strada dell’attacco a due. Una soluzione che, almeno inizialmente, ha mostrato limiti evidenti: movimenti simili, poca complementarità, difficoltà nel legare il gioco e nel garantire equilibrio alla squadra. Due prime punte pure chiamate a dividersi compiti che non appartengono pienamente al loro repertorio.

Non a caso, il miglior Piccoli si è visto quando ha agito da riferimento unico. Qualcosa si è intravisto contro il Napoli, soprattutto in quel colpo di testa in sospensione, ma segnali più concreti erano già arrivati contro il Bologna. Spalle alla porta e spesso defilato lateralmente, è diventato un punto d’appoggio prezioso per uscire dal pressing uomo contro uomo: palla sul terzino, lancio diretto su di lui, corpo a protezione, fallo guadagnato o sponda pulita per far salire la squadra. Una delle uscite offensive più efficaci viste di recente, impreziosita anche dal gol.

Paradossalmente, questo è il momento in cui Piccoli si sta mostrando di più, anche complice il recupero non semplice di Kean. Segnali che aprono uno spiraglio per il futuro, ma che arrivano in una fase in cui il tempo è il vero nemico. Perché Piccoli, fin qui, non si è ancora dimostrato un attaccante capace di reggere da solo il peso dell’attacco viola. Eppure, nelle sue esperienze precedenti, questo lo faceva. Empoli, Lecce, soprattutto Cagliari. Cosa è cambiato? Il contesto, le ambizioni, la piazza, le aspettative. E si torna sempre allo stesso punto: il peso del trasferimento. Firenze, sulla carta, rappresentava il passaggio giusto al momento giusto per la sua carriera. Ventiquattro anni, la Nazionale alle porte, un salto di qualità naturale. E tutto questo senza neanche il peso di essere l’unico riferimento offensivo. Può essere anche la presenza di Kean una chiave di lettura? Forse sì. Per come è nato, l’acquisto di Piccoli sembrava pensato più come un “post Kean” che come un “una cum Kean”. La coesistenza si è dimostrata complicata e giocare in un sistema poco congeniale, senza qualità innate palla al piede, ha inevitabilmente abbassato il rendimento.

Ma la classifica non aspetta. La Fiorentina è terz’ultima e, come ha detto Fagioli, «ora la prossima occasione non c'è più». Non esiste più la prossima partita: esiste solo la necessità immediata di fare risultato. Dentro questa urgenza, il percorso di Piccoli diventa quasi simbolico. Un giocatore voluto fortemente, pagato come un top, chiamato ora a trasformare il peso del trasferimento in responsabilità positiva. Anche adattandosi, se necessario, a un contesto tattico che non esalta le sue caratteristiche. Perché un grande giocatore si vede anche dalla capacità di adattarsi. E dei due, forse, è proprio Piccoli il più malleabile.

L’acquisto è stato sbagliato? Se ne può discutere. Il prezzo è alto e la coincidenza tattica con Kean era forse prevedibile. Ma oggi Piccoli è a Firenze, in un contesto che non sta esaltando molti interpreti, Kean compreso. Adesso la priorità è una sola: mettersi completamente a disposizione. Di futuro e gerarchie si potrà parlare più avanti.