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Che fine ha fatto? Migliaccio, il complemento di Pizarro che lavorava con Sousa

Matteo Torniai Redattore 
La storia di Giulio Migliaccio e la Fiorentina è durata solo 365 giorni, ma cosa può averci lasciato? L'importanza e il misconoscimento dei leader tuttofare dello spogliatoio

Ci sono giocatori che non lasciano il segno con i numeri, ma con l’identità. Giulio Migliaccio appartiene a questa categoria: un centrocampista d’altri tempi, più sostanza che copertina, più contrasti che riflettori. Eppure, nella stagione 2012-2013, anche Firenze ha imparato a conoscerlo da vicino.

Arriva alla Fiorentina nell’ultimo giorno di mercato, il 31 agosto 2012, ma non come un acquisto qualsiasi. Ai tempi era uomo simbolo del Palermo, uno di quei giocatori che hanno costruito la propria carriera sulla continuità e sulla fiducia degli allenatori. Cinque stagioni in rosanero, 177 presenze complessive, 158 in Serie A: numeri che raccontano di una grande e silenziosa leadership, ripagata talvolta anche con la fascia di capitano al braccio. Firenze lo accoglie con un prestito oneroso da un milione e diritto di riscatto fissato a due, per un investimento potenziale da tre milioni complessivi. Un tipo di operazione che oggi suona tremendamente attuale, in un momento in cui il tema dei riscatti è tornato centrale anche per la Fiorentina di oggi.

Migliaccio arriva con le idee chiarissime. “Avevo bisogno di nuovi stimoli, ci sono voluti tre minuti per decidere”, racconta nella conferenza di presentazione. E poi si definisce senza giri di parole: “Mi esalto a difendere”. È tutto lì, nella sua essenza. Un incontrista puro, capace di correre, contrastare, coprire. Un giocatore con 56 centimetri di elevazione, forte nel gioco aereo, pronto anche ad adattarsi: centrocampista di destra, ma all’occorrenza difensore centrale. Una duttilità che si era già vista negli anni precedenti tra Atalanta e Palermo, sotto tecnici come Ballardini, Zenga e Cosmi.​

Nella Fiorentina di Vincenzo Montella, però, il contesto è diverso. È una squadra costruita sul palleggio, sulla qualità, su un centrocampo tecnico con interpreti come Borja Valero, Aquilani e Pizarro. Migliaccio diventa il sostituto naturale del cileno, assieme al quale forma un'alternanza estremamente complementare. Pizarro per gestione e estro, Migliaccio per posizionamento e interdizione. Non è titolare fisso, ma è una presenza utile: 24 presenze in campionato (anche da mezzala, subentrando anche al posto di altri interpreti), 3 in Coppa Italia, un gol, segnato contro il Catania (non una partita qualunque per un calciatore che ha militato 5 stagioni nel Palermo). Solo 9 volte dal primo minuto, ma sempre dentro le rotazioni.

Quella Fiorentina chiude quarta, torna in Europa League, si ferma ai quarti di Coppa Italia. Una stagione più che positiva, in cui però il destino di Migliaccio resta sospeso. “Ero in prestito e per riscattarmi avrebbero dovuto tirare fuori tanti soldi, difficile farlo per uno di 32 anni”, dirà anni dopo. Ed è qui che il passato incrocia il presente: perché la logica è la stessa di oggi, quando si valutano riscatti come quelli di Solomon o Harrison. Puntare sulla continuità o cambiare strada? Parliamo di ruoli e contesti diversi, è vero, ma nell'ottica di una batteria di esterni complementare, sono giocatori che possono sempre tornare utili. Dunque, Investire o no? Nel 2013 la Fiorentina sceglie di non farlo.

Così Migliaccio riparte, torna all’Atalanta, il club che più di tutti ha segnato la sua carriera. A Bergamo chiuderà il cerchio: 152 partite complessive con gli orobici, di cui 107 in Serie A, fino al ritiro annunciato l'1 aprile 2017. L’ultima presenza il 27 maggio, pochi minuti contro il Chievo. Fine della corsa, almeno in campo.

Perché fuori dal campo, Migliaccio non si è mai fermato. Dopo aver conseguito il titolo da direttore sportivo a Coverciano nel 2018, entra nei quadri dell’Atalanta, diventando responsabile dello sviluppo delle risorse tecniche. Un ruolo perfettamente in linea con la sua identità: lavoro, crescita, valorizzazione. Poi le esperienze alla Salernitana (direttore area tecnica con Paulo Sousa allenatore) e il ritorno al Palermo, fino al gennaio 2025, quando si chiude anche l’ultima parentesi da scout internazionale.

E allora, che fine ha fatto Giulio Migliaccio? Non è sparito, semplicemente ha cambiato campo. È rimasto dentro il calcio, silenzioso (come si scriveva al tempo), lontano dai riflettori, proprio come quando giocava. E forse è questo il filo che lega tutta la sua storia: non essere mai il protagonista principale, ma sempre uno di quelli che tengono in piedi la struttura.

A Firenze è stato solo di passaggio, è vero. Ma in un’epoca in cui ogni scelta di mercato viene pesata tra presente e futuro, la sua storia torna utile. Perché dietro ogni prestito c’è una decisione. E dietro ogni decisione, spesso, c’è un Migliaccio.