Ok, gli esuberi. Vero, il monte ingaggi da abbassare. E certo, tra i primissimi casi da affrontare (e risolvere) ci sono quelli relativi ai “big”. Che fare con De Gea? E con Kean? E poi ancora Gosens, Gudmundsson, Dodò... Gente che in teoria avrebbe dovuto permettere alla Fiorentina di competere almeno per un posto in Europa e che invece (chi più chi meno, e ognuno per motivazioni e con responsabilità diverse) alla fine non ha mantenuto, se non in parte, le promesse. Per questo insomma, almeno per una volta, vorrei concentrarmi su un tema che almeno per il momento invece sta appassionando meno del solito. Il vecchio e caro “chi si compra” infatti, è stato travolto dal “chi si vende”. Domanda lecita, e ci mancherebbe, e sicuramente opportuna, ma per come vedo io calcio non sarà mai quella decisiva.

ECCO COSA SERVE
Personalità dietro, qualità davanti: “Chi si compra” se lo chiede più nessuno?
Si cresce anche vendendo
—Del resto nel calcio di oggi, a maggior ragione in serie A e in particolare per questa Fiorentina, non ha molto senso parlare di “incedibili” o di “intoccabili”. Certo, ci si può mettere nella posizione di chi vuol fare e farà di tutto per difendere i giocatori migliori (come successo un anno fa) ma poi sarà sempre il mercato a decidere. Un esempio su tutti: Fagioli. Forse l'unico, nei pensieri di Paratici, veramente fuori da qualsiasi ipotesi di uscita. Ma se arrivasse una proposta davvero irrinunciabile? Che so, una proposta superiore ai 30 milioni, i viola sarebbero in grado di resistere? Ecco perché vale la pena spostare l'attenzione sull'altra faccia della medaglia: gli acquisti. Perché, piaccia o no, si può crescere anche vendendo. E non starà qua per l'ennesima volta a citare chi in questi anni ne è stata la pratica dimostrazione.
La sinergia per scovare tesori nascosti
—La chiave è sempre quella: la competenza. Parolina magica, da tanto tempo bandita dal Viola Park. Potremmo parlare di Chiesa sostituito da Callejon (e poi da Ikoné), di Vlahovic ceduto a gennaio e rimpiazzato con Cabral e Piatek, di Torreira e di Arthur e via così... ma ci fermiamo, per carità di patria. La speranza insomma, è che da quest'estate si cominci davvero a far calcio. Cercare il talento dove gli altri non vedono, arrivarci prima, scommettere su chi è stato bocciato da altri, avere il coraggio di buttare dentro i giovani. Soprattutto, lavorare in condivisione. Allenatore, e direttore sportivo. Fabio Grosso, e Fabio Paratici. Sono loro, ora come ora, l'architrave su chi ricostruire.
Cosa serve?
—Personalmente, e come ampiamente detto al netto di probabili o possibili cessioni (anche eccellenti) credo che ci siano alcune priorità: un terzino sinistro, un centrale di grande personalità e bravo nel fare uscire il pallone, una mezzala di qualità che possa dialogare con Fagioli e due attaccanti esterni che interpretino il ruolo come calcio moderno richiede. Parlo di forza nelle gambe, di strappi, di voglia feroce di puntare (e saltare) l'uomo, di fantasia. Mica poco, si dirà. Vero. Ma l'estate, si sa, è la stagione dei sogni e della fantasia e poi ho la fortissima sensazione che il diesse, in mente, abbia davvero una maxi rivoluzione. Ci riuscirà? Difficile dirlo. L'importante è che possa agire in autonomia, e senza dover fare chissà quali passaggi intermedi. Allora, un missione quasi impossibile, diventerebbe “solo” complicatissima.
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