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Tra passato, propaganda e presente: la Fiorentina e il suo reale valore

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Ecco l'editoriale del nostro Matteo Magrini sulla Fiorentina di oggi, ma con uno sguardo al passato e alla scorsa stagione
Matteo Magrini

Cosa hanno in comune Terracciano, Kayode, Quarta, Biraghi, Sottil (o Ikone, o Kouame) e Beltan? Basta pensarci qualche secondo, e la risposta vien da sé: sono tutte riserve. Eppure, soltanto qualche mese fa, erano (quasi) tutti titolari più o meno inamovibili o rientravano comunque con continuità nelle rotazioni. Del resto, non è che ci fossero alternative. La rosa era quella, e potremmo aggiungerci poi riflessioni su Parisi, Belotti, Bonaventura, Arthur. Il primo non mette praticamente mai piede in campo nemmeno con Palladino, il secondo fa la panchina a Cutrone, il terzo è finito in Arabia mentre per il regista brasiliano (alla fine rimasto da esubero alla Juventus) non risulta che in estate ci sia stata la corsa per portarselo a casa. Anzi.

Vi starete chiedendo dove voglia arrivare con questo discorso oppure, probabilmente, starete pensando che sia qua a voler per l'ennesima volta sottolineare il valore del lavoro fatto (anche lo scorso anno) da Vincenzo Italiano. In realtà, non era quella la riflessione da cui sono partita. Certo, ero e resto convinto che la scorsa stagione così come nelle due precedenti la Fiorentina sia stata più competitiva rispetto al suo reale valore e che con altri allenatori il rendimento sarebbe stato decisamente peggiore. Questo però l'ho detto e ripetuto tante volte ed è quindi giusto andare oltre.


Il pensiero che sta dietro questo pezzo è un altro e riguarda il modo con cui molto spesso questa città guarda e giudica la sua squadra e la tendenza a individuare un bersaglio e su quello insistere senza fare lo sforzo di analizzare con un minimo di oggettività in più quello che si ha davanti. Nei mesi scorsi per esempio, capitava spesso di leggere o sentire valutazioni secondo le quali la Fiorentina fosse una squadra decisamente competitiva, con una rosa più che attrezzata per arrivare in fondo alle coppe e, perché no, per entrare nelle prime cinque in campionato e che, se non c'è riuscita, è stato per colpa di un allenatore che non sapeva sfruttare i giocatori a sua disposizione. Sia chiaro: alla base di questa che io ho sempre reputato una “follia” c'è stata anche una “propaganda” fatta circolare ad arte dalla stessa società che, in più occasioni e per difendere il proprio lavoro, ha ribadito di aver costruito un gruppo più che competitivo. In tanti gli hanno creduto ma la realtà, a mio modo di vedere, è che si fosse deciso di sparare sull'allenatore a prescindere da qualsiasi altra considerazione.

E allora torniamo al punto di partenza, che ci permette di parlare del presente. Punto primo: se la Fiorentina era così forte, e se rendeva meno rispetto al suo valore, come mai tutti i titolari sono finiti in panchina? E come mai, Nico e Milenkovic a parte, quelli che se ne sono andati o stanno a guardare o giocano in campionati di secondo, terzo o quarto livello? Non vi viene il dubbio che la rosa dello scorso anno non fosse poi così forte? Non vi viene da chiedervi se, tutto sommato, il lavoro fatto sul campo non meritasse un altro tipo di considerazione? Queste domande, che a mio avviso hanno risposte chiarissime, potrebbero comunque servire per l'oggi e, se si avesse voglia, per non commettere gli stessi errori.

Perché è vero: la Fiorentina di oggi (nonostante qualche mancanza della quale abbiamo già parlato a fine mercato) è sicuramente migliore rispetto a quella di dodici mesi fa ma quando si analizza quello che si ha in mano bisogna sempre avere come parametro la concorrenza. Si torna sempre lì, quindi: i viola sono attrezzati per mettersi dietro due tra Inter, Juve, Napoli, Milan, Roma, Atalanta, Lazio e Bologna? La mia risposta è che sulla carta tutte tranne il Bologna sono più forti e che quindi arrivare tra le prime sei (obiettivo dichiarato a inizio estate salvo poi tentare, soprattutto da parte del mister, una parziale marcia indietro) sarà molto ma molto difficile. Questo vuol dire non provarci? Assolutamente no. Vuol dire non pretendere dall'allenatore che presenti una squadra organizzata, riconoscibile e in grado (come fatto col Milan) di provare a giocarsela con tutte? Certo che no. Significa, molto più semplicemente, avere la giusta percezione di se stessi ed evitare, qualora le cose non andassero in un certo modo, di prendersela con una sola persona per non voler ammettere quale sia la realtà.

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