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Parola d’ordine: “coraggio”. Solo così il calcio italiano può rinascere

Parola d’ordine: “coraggio”. Solo così il calcio italiano può rinascere - immagine 1
Ci concentriamo ancora sul disastro azzurro prima di tornare a respirare viola per il finale di campionato
Matteo Magrini

Chi visse sperando, si sa, disperato muore. E del resto quanto successo fin qua vale come migliore (ovvero peggiore) degli esempi. Il riferimento, va da sé, è all'ennesimo disastro Mondiale e ad un calcio italiano che non ne vuol sapere di smettere di scavarsi la fossa. Poteva e doveva aprire gli occhi dopo aver fallito la qualificazione ai Mondiali del 2018, e invece niente. Poteva e doveva evitare di pensare di esser guarito dopo la vittoria a Euro '21, e invece no. Si è illuso (ha fatto finta) di aver superato la tempesta e, puntuale, è arrivata l'esclusione pure da Qatar 2022. Nemmeno quel tonfo però, è servito a qualcosa. Anzi. E sia chiaro. Non è solo questione di uomini. Certo, le dimissioni di Gravina (alleluja) sono arrivate con almeno quattro anni di ritardo ma sarebbe miope, e tipicamente italiano, credere che bastino quelle per risolvere i mille problemi del pallone.

Cambiare la cultura

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La speranza però, e così torniamo al punto di partenza, è che il tris “calato” in Bosnia possa una volta per tutte svegliare un movimento che ad oggi vale quello che esprime: quasi nulla. Vale per la qualità media dei calciatori, certo, ma anche e soprattutto per lo spettacolo che (non) offre il nostro campionato. Un torneo, la Serie A, del quale il 70/80% delle partite sono oggettivamente inguardabili. Ritmo lento, palla che viaggia ad una lentezza insopportabile, mentalità costantemente passiva. E' questa, a mio modo di vedere, la prima lezione da imparare. Il calcio va in una direzione precisa e da noi in pochissimi l'hanno colta: Gasperini, Italiano, Fabregas, Spalletti, e forse nessun altro. Eppure, al primo gol preso in contropiede da una delle loro squadre o al primo risultato negativo tutti (o quasi) ripartono col ritornello: “Visto? Meglio organizzare prima di tutto la fase difensiva, perché in Italia vince chi prende meno gol”. Sono gli stessi però, che dopo ogni disastro della Nazionale alzano la voce per gridare alla vergogna. Si chiama “cultura”, per cambiarla serve (molto) tempo, ma è l'unico modo per crescere. 

Più opportunità ai giovani

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La parola chiave, alla base di quel cambiamento ma non solo, è “coraggio”. Vale per il calcio da proporre, così come per la gestione dei giovani. E non ci vuol molto a capire come mai le nostre nazionali sono competitive fino all'Under 20 salvo poi perdersi tra Under 21 (in parte) e Nazionale A. Come mai? Semplice: perché “quando il risultato conta non si può rischiare di bruciare un ragazzo”. Ragionamento che facciamo soltanto in Italia, mentre squadroni come Arsenal, Barcellona, Bayern Monaco e Psg non ci pensano un secondo a buttar dentro “pischellini” di 17-18 o 19 anni. Per noi invece, a 23 o 24 sono ancora giovani. Follia. Diamogli le opportunità che meritano, e vedrete che daranno risposte molto sorprendenti per chi ancora si ostina ad aggrapparsi a concetti come “esperienza” o “affidabilità”. Il calcio (vincente) di oggi è fatto di aggressività, velocità, impeto, rischio. E chi, se non i giovani, sono in grado di farsi portatori di questo atteggiamento?

Il discorso sarebbe anche più ampio

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Certo. Ci sono poi le infinite e delicatissime questioni di natura politica, del calcio di base (ci vogliamo decidere a pagare quanto meritano gli allenatori/educatori del movimento di base o andiamo avanti sperando che queste persone sacrifichino la propria vita sull'altare di una passione?), delle infrastrutture. Sono temi fondamentali, decisivi e da affrontare prima di subito ma per il momento, e su queste colonne, ci limitiamo a parlare di pallone. Sperando, tanto per stare alle cose viola, che una volta salvata questa stagione la Fiorentina diventi un club da prendere come modello. Per la crescita dei giovani, già lo è. Per il resto, anche da queste parti, c'è ancora tantissimo (quasi tutto) da fare. Vedremo. Nel frattempo, cerchiamo di non cadere nel trappolone Verona e assistiamo (depressi) all'ennesimo tristissimo spettacolo offerto dal nostro Paese.