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Paratici e la filosofia Zen per tentare di salvare la Fiorentina
Punto, e capo. Per l'ennesima volta e con certezza (ormai) che non sarà l'ultima. Inutile insomma star lì a farsi mille illusioni o a immaginare chissà quale svolta. La Fiorentina è questa: una squadra men che adolescente, totalmente incapace di trovare una minima continuità e costantemente soggetta a bruschi (e all'apparenza incomprensibili) sbalzi d'umore. Può incartare la partita al Como (unici a riuscirci almeno da un mese a questa parte), andare a vincere più o meno passeggiando con le seconde linee in Polonia e poi, all'improvviso, tornare un'inguardabile accozzaglia di giocatori sparsi per il campo senza né organizzazione né idee, né orgoglio. Era successo dopo la vittoria di Bologna, ultima di quattro gare fatte bene, ed è successo ancora. Per questo, e perché andando indietro nel tempo in questa disgraziata stagione gli episodi non si contano, è “giusto” arrendersi all'evidenza e sperare che i picchi (per modo di dire) verso l'alto bastino per salvarsi.
Lo dico e ne sono convinto anche perché in questi giorni e in queste ore ho più o meno capito che anche chi ne sa molto più di me e vive 24 ore su 24 con testa e cuore al Viola Park (Fabio Paratici) è consapevole di quanto sia grave il baco che ha infettato la Fiorentina. Talmente “bastardo” (il baco, s'intende...) da resistere, seppur magari indebolito, al cambiare di allenatori, dirigenti, giocatori e stagioni. Presunzione e paura. Ne abbiamo parlato spesso e occhio: soltanto apparentemente son parole e concetti lontani e incompatibili tra loro. Perché chi ostenta sicurezze e sicumere è (spesso) un debole che si mostra arrogante e supponente per nascondere la pochezza che sente dentro di sé. Non a caso il neo direttore sportivo aveva immediatamente avvertito di come ci sarebbe stato da soffrire fino alla fine e non a caso non passa giorno, ora, minuto nel quale non sia con tutto se stesso a supporto o comunque al fianco del gruppo. Ha capito, il diesse, che in questo momento e con questo gruppo ha poco servono bastoni, urla e paroloni. Sia chiaro: ciò non significa che non sottolinei le mancanze o che non manifesti il suo disappunto per prestazioni come quelle con Jagiellonia o Udinese ma da qua ad agire di pancia ce ne passa.
Il messaggio è molto semplice: uniti fino alla fine. E la parole d'ordine pure: serenità, Questa sta facendo, in questi giorni. Soprattutto con Vanoli. Un allenatore più umorale e “instabile” dei suoi stessi giocatori (sarà un caso...?) ma che non può che essere accompagnato e aiutato fino al termine della stagione. Ecco allora i segnali fatti filtrare all'esterno sulle scelte condivise o comunque né imposte né contrastate (vedi difesa a tre) o quelle sulla consapevolezza di correre dei rischi con Rugani ma sulla necessità di farlo. Tutto, pur di trasmettere calma sia all'esterno che, più che altro, all'interno del centro sportivo. Del resto, avendo a che fare con la “squadra” più instabile di cui si abbia memoria recente, sarebbe folle creare o alimentare ulteriori scossoni. L'abbiam detto; andrà così fino alla fine: una domenica benissimo, l'altra un disastro. Una partita giocata a modo, e un'altra affrontata come se non toccasse a loro.
Basterà? Chissà. Intanto domenica arriverà una delle formazioni più noiose di tutte e con un allenatore che non potrebbe essere più lontano dalla nazione che rappresenta e dalla generazione di cui fa parte. Un tecnico, Cuesta, che pratica un calcio antico e per quanto mi riguarda inguardabile ma che lo sta (senza sapere bene come...) portando ad una salvezza serena. Capisco e immagino chi adesso mi insulterà per i soliti discorsi sul calcio propositivo e via cantando. Ci sta. La realtà però racconta di un Parma che per dati, statistiche, numeri e prestazioni è per distacco la squadra che ha ottenuto di più rispetto a quanto avrebbe meritato. Capita, e magari Cuesta ha semplicemente capito (come Palladino un anno fa a Firenze... e gliene va dato atto) che con quei giocatori non avrebbe potuto fare altrimenti. Di sicuro per la Fiorentina sarà una gara complicata, nella quale sarà costretta ad attaccare e, quindi, a correre il rischio che non ha quasi mai saputo affrontare: scoprirsi.
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