Buona, decisamente buona, la prima. Quasi perfetta, se proprio vogliamo farci prendere dall'entusiasmo. Del resto, non è che almeno personalmente avessi tanti dubbi. Perché Fabio Paratici è (a detta di tutti) uno dei migliori direttori sportivi in circolazione (e per circolazione intendo in Italia, in Europa, e quindi nel mondo) e una volta tanto non si tratta di esagerazioni tipiche di una piazza che ultimamente, anche a livello mediatico, si è spesso lasciata travolgere da incomprensibili e dannosi slanci di euforia. E se è vero che sarà il campo, come è giusto e doveroso che sia, ad emettere la sentenza più importante è altrettanto giusto riconoscere come a livello verbale e di comunicazione il nuovo dirigente viola abbia già dimostrato il suo valore. Soprattutto, in meno di un'ora ha dato la dimostrazione pratica di cosa sia (e come parli) un uomo di calcio. Roba che, e pazienza se qualcuno s'offende, da queste parti non si vedeva da una vita.

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Paratici, buonissima la prima. Ora lasciarlo libero e dargli la Fiorentina chiavi in mano
Il brand Firenze
—Si potrebbe citare la frase (che Dio lo benedica) nella quale ha detto di “trovare stimoli e piacere nelle critiche e nelle pressioni” o quella in cui ha spiegato la differenza “tra dare il 100% e volere il 100%” ma, almeno per quanto mi riguarda, vale la pensa soffermarsi su altri concetti. Uno in particolare. “Firenze è un brand internazionale e io so quanto contino questi aspetti essendo stato in Premier. La città porta con sé un brand di bellezza in giro per il mondo e la squadra deve rappresentare la città”. Vi ricorda qualcosa? A me sì. Sono le stesse frasi che dissero Daniele Pradè ed Edoardo Macia all'avvio del primo ciclo Montella e non c'è bisogno che vi ricordi che tipo di Fiorentina sarebbe nata di lì a poco. Perché sembra una sciocchezza, ma non lo è. Una squadra, un club, una società, per come la vedo io deve sempre incarnare lo spirito e l'anima della sua città. E per questo, allo stesso modo, se ne devono fare interpreti sia i dirigenti che l'allenatore e, per ultimi, i calciatori. Si chiama “identità” e il giorno che la Fiorentina ne avrà una, sempre quella, chiara e riconoscibile negli anni, allora vorrà dire che avremo (finalmente) fatto il vero salto di qualità.
Autonomia, senza filtri
—Paratici lo sa, e del resto viene da una realtà che piaccia o no (la Juventus) ha quasi sempre mantenuto un suo “stile” e anzi, quando l'ha tradito, ha iniziato a farsi male. E così il Real Madrid, il Barcellona, il Borussia Dortmund, l'Ajax. Modelli “costruiti nel tempo” (alte parole del diesse) ma ormai marchiati a fuoco nel cuore e nella testa di tutti gli appassionati. Dev'esser quello, sfruttando un'infrastruttura come il Viola Park, l'obiettivo: costruire un proprio modello. “Senza copiare nessuno”, ma seguendo alcuni principi buoni per tutti: competenza, prima di tutto, chiarezza nei ruoli, autonomia, programmazione. Chiaro, quindi, che Paratici da solo non possa bastare. Servirebbe uno del suo livello che gli stia sopra (un Marotta, per intendersi) o, visto che non arriverà mai, servirebbe che la proprietà gli desse davvero piena autonomia, confrontandosi direttamente con lui e senza filtri (spesso fuorvianti) di mezzo. Che non significa, sia chiaro, che l'attuale Direttore Generale debba sparire. Ci mancherebbe altro. Basta che pensi agli aspetti che gli competono, e che non racconti a chi sta negli Usa verità rimodellate.
Verso un domani migliore
—Nel frattempo, a Paratici, chiediamo di fare quello che nessuno ha mai fatto in questi anni. Stia vicino al mister, lo aiuti, lo stimoli e, perché no, lo critichi se ne sente il bisogno. Segua la squadra (ci raccontano di un uomo che non si perde un allenamento per nessun motivo al mondo), imponga e soprattutto faccia rispettare regole, ascolti i loro problemi e li faccia sentire parte di qualcosa di bello e solido. In poche parole: inizi, subito, a far calcio come si deve. Ce n'è un gran bisogno. Per salvarsi, e per provare davvero a immaginare un domani migliore.
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