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“Deciderà Catherine”: quando Rocco Commisso disegnò il futuro viola

Enzo Bucchioni Editorialista 
Chi passerà davanti al Viola Park, non potrà non pensare a Rocco Commisso, presidente venuto dall’America che voleva far grande la Fiorentina

Tutte le volte che qualcuno passerà davanti al Viola Park, oggi, domani, fra cent’anni, non potrà non pensare a Rocco B. Commisso. Non potrà non ricordare quel presidente venuto dall’America che voleva far grande la Fiorentina. Ci ha provato e riprovato, non si è mai arreso, ma non ce l’ha fatta neanche lui, come tanti altri presidenti che lo hanno preceduto.

Rocco (chiamatemi Rocco, lo chiese da subito), a differenza di molti altri, comunque resterà nella storia con il cognome scritto in maiuscolo. Lascia una squadra in fondo alla classifica, ma una società economicamente molto più forte di quella che ha comprato sette anni fa proprio per quel centro sportivo che non ha fatto vincere trofei, ma è un grande valore.

Questa contraddizione è la perfetta sintesi di ciò che è stato Rocco Commisso. Un uomo mai banale, imprevedibile. O bene bene o male male. Bianco o nero. Di quelli che odi o ami. Come tutti i combattenti, le vie di mezzo non gli sono mai piaciute. E Rocco era un combattente. A Firenze lo hanno amato, ma lo hanno anche odiato. Inutile nasconderlo, l’ipocrisia non mi appartiene.

Quando è arrivato ha portato le aspettative a un livello talmente alto da rendere poi difficile gestire la normalità, questo forse è stato il suo peccato originale. Eppure ha fatto, eccome se ha fatto. Erano sessant’anni che la Fiorentina non giocava tre finali, due europee, ma nell’immaginario collettivo resta solo la delusione.

Il calcio ha questa cultura, conta solo vincere e Rocco ha fatto fatica ad accettarlo fino in fondo. Si era fatto da solo, con la sua forza e le sue idee, pensava di trasportare in Fiorentina il modello Mediacom, un modello vincente, a gestione familiare, ma non ce l’ha fatta. Una squadra non è una famiglia, gli allenatori e i giocatori non sono figli e i dirigenti devono essere bravi, non brave persone. È diverso.

Poteva mettere i migliori, ha preferito quelli che gli stavano vicino e non sempre sono state scelte vincenti. La malattia e la sua assenza da Firenze purtroppo sono state fatali. Anche la politica è stato prima un ostacolo, poi un nemico. Qualcosa si è rotto quando non gli hanno fatto costruire lo stadio. Senza le risorse che portano certe infrastrutture è difficile alzare i fatturati in una piazza come Firenze, il sogno di Rocco è finito lì: non voleva vivacchiare.

E per orgoglio non voleva neanche vendere, andarsene gli sembrava una sconfitta. “Deciderà Catherine”, mi rispose così, davanti alla bara di Joe Barone quando gli domandai del futuro. Sapeva che io sapevo della sua malattia e non si nascose.

Aveva già deciso tutto, la Fiorentina l’ha portata con sé.