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L'opinione

Commisso: da fast fast a pole pole

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L'opinione di Massimo Sandrelli sulla lunga intervista di Rocco Commisso alla Gazzetta dello Sport. E' cambiato il motto del presidente?
Massimo Sandrelli

Nel corso della lunga intervista “riparatrice” di Rocco Commisso alla Gazzetta dello Sport (le parti erano andati per avvocati), il tycoon italo-americano ammette di essere entrato in un mondo che non conosceva. Che il calcio (e non solo quello italiano) sia “malato” di debiti è un fatto notorio ma soprattutto non lo è da ieri. E soprattutto questa “malattia” è tollerata dalle Autorità. Lui, non senza amarezza, rivendica quel che può: le finali (peraltro perse) gli investimenti “pagati senza le banche”, il Viola Park e i nuovi giovani di talento. Critica gli altri “padroni del pallone” e poi ritorna a parlare di stadio con tutti gli annessi e connessi della politica. Insomma segue un copione ormai rituale per lui.

Forse il problema sta proprio qui. Il calcio italiano (ma il ragionamento vale anche per gli altri maggiori campionati stranieri) vive sui debiti. Le prime dodici società europee sono, salvo qualche eccezione, anche le più indebitate. E lui che aveva tentato di acquisire il Milan lo dovrebbe sapere più di tutti. Si vanta di aver fatto due colpi magistrali con la Juventus vendendogli a peso d’oro Vlahovic e Chiesa e, da un certo punto di vista, ha ragione. Gli sfugge, però, un particolare, o magari fa da nesci. L’azienda calcio produce ricavi per quanto vince. Questo è un postulato inossidabile: Sinner (e Rocco lo sa perché era presente) con la vittoria di New York si è portato a casa un assegno di tre milioni e seicento mila dollari. Si potrebbe dire che il calcio è un’impresa che produce passione. E la formula pare semplice: soldi, competenza organizzata e successi, moltiplicano la passione e di conseguenza i diritti televisivi che poi sono l’unico vero Grande Ricavo. Tutte le altre voci attive sono un compendio non secondario ma certo non determinante per far tornare i conti.


Lo stadio di proprietà, come il centro sportivo non sono la panacea di tutti i mali. Lui si vanta che la società è sana ma nel mondo del pallone non si comprano società sane. Le scelte cadono su quelle in fallimento o su quelle il cui bacino d’utenza permetterà lo sviluppo della formula di cui si diceva, oppure società che possano consentire altri tipi di investimento anche al di fuori del calcio. Si dirà ma oltre alle grandi esistono anche le società minori. Senza dubbio ma quello è un altro campionato. Quei dirigenti, per lo più bravi, devono gestire con la politica della lesina: comprare giovani a poco perché sconosciuti da vendere a molto, accontentandosi del minimo risultato sportivo. Ma le cose possono cambiare?

L’Atalanta è un caso di scuola. Per anni ha svolto un fantastico processo di scouting, cedendo a peso d’oro a destra e a manca i suoi talenti. L’intervento del capitale straniero ha consento al presidente Percassi ora, dopo molti anni, di cambiare. A Bergamo sono aumentate le ambizioni. L’obiettivo è vincere. Dopo l’Europa League, la squadra è in Champions, vuole restare a quella quota e non bada più a spese. Dopo l’infortunio di Scamacca ha ingaggiato Retegui praticamente all’istante. La scommessa è: siamo bravi, i conti sono apposto e abbiamo nuovo capitale, proviamo a ragionare in un’altra dimensione, se ci stabilizziamo in questa categoria di eccellenza la scommessa è vinta, come lo è stato per il Napoli. Anche dopo questa intervista non riesco a trovare risposta ad alcune domande: perché Rocco Commisso ha comprato la Fiorentina? Perché l’ha comprata senza conoscere la situazione? Essendo un personaggio ambizioso e un imprenditore di successo, qual è il suo progetto? Dal fast-fast mi sembra si sia passati al pole-pole (piano-piano detto in swahili)

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