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Insulto in serbo alla madre e Delio perde la testa

E mercoledì, nell’intervallo, un secondo round della rissa. La ricostruzione de La Repubblica

Redazione VN

Delio è un uomo che adesso si sente solo. Eppure non lo è. Delio è un uomo ferito nel profondo. Dagli altri e da se stesso. Delio è comunque uno di loro. Come prima, più di prima. “Da mercenari circondato, uomo vero ti sei dimostrato”, era lo striscione firmato Curva Fiesole apparso ieri mattina fuori dallo stadio. Cuore pulsante di una tifoseria che ha scelto da che parte stare. Fin da subito, fin da mercoledì sera. Nonostante le botte, nonostante tutto il mondo se la sia presa con questo allenatore che per trenta secondi ha perso il controllo. «Me ne scuso, e sono qua per questo». Comincia così, la conferenza stampa di Rossi. Che strano. Ha ancora la divisa della Fiorentina. Quella elegante, la stessa scelta nel giorno della presentazione. Nemmeno a Prandelli fu concesso tanto onore. «Ringrazio i Della Valle, chiedo scusa alla gente di Firenze, ai miei giocatori, anche a Ljajic, a tutti».

A testa alta. Il mister guarda negli occhi chi gli sta davanti, ma è triste. Sono due notti che non dorme, assalito da rimpianti e rammaricato per come è andata. «Ho creduto e credo ancora in questa avventura, non volevo che finisse così». Dice molto, Rossi, non tutto. Certe cose preferisce tenerle per se. Ma poi decide di raccontare a Repubblica la sua verità. Quello che è successo in quei trenta secondi in cui ha perso la testa. «Mentre stava entrando in panchina Ljajic si è rivolto a me dicendomi: Bravo maestro, fai il fenomeno. Gli ho detto che non si doveva permettere e lui mi ha offeso in serbo. Ma io ho allenato tanti giocatori serbi e ho capito. Mi ha detto “vai nella f... di tua madre” e io non ci ho visto più». Non solo, mentre Rossi lo colpiva, Ljajic gli ha urlato più volte “dai, tanto ti cacciano”.

Poi dentro gli spogliatoi, durante l’intervallo, tra i due c’è stata una nuova lite. Momenti difficili, che hanno cambiato la storia di questo allenatore. Rossi è distrutto. E arrabbiato. «Il gesto è deprecabile, e ne sono pentito — ribadisce — ma voglio dire anche che non se ne può più di un certo perbenismo, del falso moralismo. Tutti hanno parlato senza conoscere la mia storia di uomo». Una storia, ricorda, fatta di rispetto e lavoro, di educazione, e nella quale non c’è traccia di episodi spiacevoli. «Non ho mai alzato le mani con nessuno, nemmeno con i miei figli». Eppure stavolta lo ha fatto. «La lingua ferisce più della spada », aveva detto in conferenza stampa per sottolineare quanto il comportamento di Ljajic lo avesse. Ma non era andato oltre. «Altrimenti sembrerebbe una giustificazione ». E non ne vuole, Delio. Anche se la gente lo abbraccia e gli grida che è uno di loro. Lo vorrebbero in panchina, addirittura. C’è una petizione online che chiede alla società di dare a Rossi una seconda opportunità. «Noi lo vogliamo ancora sulla panchina viola, perché crediamo se la meriti appieno», scrivono. Una dimostrazione d’affetto che porterà per sempre con sé.

Tornerà a Roma, adesso, a casa sua. Staccherà la spina per un po’, quando avrà voglia spiegherà davvero cos’è successo. E poi si vedrà. Ora è meglio farsi da parte perché, per i suoi gusti, è già stato abbastanza in prima pagina. Nel frattempo il padre di Ljajic che sembrava orientato per la denuncia penale, ha poi cambiato idea. Nel pomeriggio aveva dichiarato alla stampa serba «nessuno può picchiare mio figlio. Siamo scioccati, stiamo andando a Firenze a parlare con l’avvocato e presenteremo una denuncia penale» aveva detto Satmir Ljajic. Poi in serata ci ha ripensato.

Matteo Magrini - la Repubblica