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Macia: “Cerco talenti e scelgo chi rischia”

Redazione VN

Il dt della Fiorentina si racconta in una bellissima intervista (COMMENTA)

È l’Uomo Invisibile della Fiorentina. Compare poco, agisce molto. Individua i giocatori da acquistare. I suoi colpi dell’anno: Roncaglia, Borja Valero e Gonzalo Rodriguez. Low-cost di alta qualità. Se avete visto il film “Moneyball. L’arte di vincere” capirete. Lì c’era un manager di baseball che comprava e vendeva con la tecnica scientifica della percentuale. Qui ora che si apre il mercato d’inverno c’è un uomo di 38 anni con un database mostruoso, milioni di schede, che ogni settimana tiene d’occhio 40-45 giocatori. È spagnolo, ha un forte deficit all’udito, è laureato al Politecnico di Valencia, ha la poesia della sostanza: «Vedo solo quello che mi serve». Si chiama Eduardo Macia, ha giocato a calcio fino a 21 anni, difensore centrale, ha smesso per infortunio , poi ha lavorato con i giovani, sempre al Valencia, come talentscout. È a Firenze da un anno come dt, è stato a Liverpool e in Grecia all’Olympiacos. Ha idee, esperienza, parla molto di identità.

Macia, la sua qual è?

«I miei avevano un’azienda agricola. Papà era di sinistra, quasi sempre in carcere. Avevamo terra: ulivi e arance. Ho iniziato a giocare a 12 anni, quando i difensori erano alti e cattivi, molto fisici. Forse per questo quando ho preso l’Under 15 ho preferito i giocatori piccoli e veloci. Ma ero in anticipo sulla moda».

Dicono che i suoi report siano dettagliatissimi.

«Seguo le partite di tutto il mondo, con cinque osservatori. Il calcio è un lavoro, non un gioco. Bisogna insegnare a non aver paura di vincere invece che trasmettere la paura di perdere. A me interessa la personalità, se il giocatore ha voglia di rischiare. E se non è titolare si abbatte o si motiva? Steve Gerrard nel Liverpool il campionato scorso è entrato 6 volte a partita iniziata, Torres nel Chelsea 12 volte su 32. Per un calciatore la panchina è dura, ma c’è chi reagisce con carattere e chi si abbandona alla rassegnazione. Tipo Daniel Agger, capitano della Danimarca, e giocatore del Liverpool. A me quelli che stanno lì, docili con se stessi, non piacciono. Mi dicono: quel ragazzo corre molto. E allora? Il calcio non è la maratona».

Cosa ha il calcio italiano che non va?

«A parte stadi da rifare, dove d’inverno si muore di freddo, e dirigenti litigiosi che altrove sarebbero squalificati per quello che dicono e per come si comportano?».

A parte, sì.

«È un mondo chiuso, impaziente, pieno di pregiudizi. Anzi meglio: ha paura di tutto quello che non conosce. Lo rifiuta, lo etichetta come non adatto, senza provare a capirlo. Vieira, Bergkamp, van der Sar, Henry. All’estero grandi giocatori, in Italia inadatti. È un calcio traumatico dove difficilmente un allenatore ha tempo di costruire. Vive di stereotipi: no a quelli del nord perché poco decifrabili, no agli anglosassoni perché non si integrano, no agli africani perché misteriosi. Se non ci si apre, senza dialogo, si perde competitività. L’Italia era all’avanguardia, ora dorme»

Letargo senza risveglio.

«Colpa anche della cultura del passato. In Italia si coltiva quello che si è stati e non si lavora mai a quello che si sarà. E poi c’è la comproprietà, non prevista all’estero».

Solo in Italia?

«Sì. E dannosa: i calciatori non la amano. Non dà identità, appartieni un po’ a una società, un po’ a un’altra e magari giochi in una terza. Così non si vede il progetto, solo la casualità».

Le darà fastidio anche il prestito.

«Per i giovani non è indicato, per la società è controproducente. Mi spiego: cresci un giocatore con un progetto, ma nel club non c’è spazio, allora lo dai in prestito a una società minore, che magari gioca in modo opposto alla tua, che te lo rovina e te lo svaluta. Meglio girarlo con un accordo preciso: partite da giocare e ruolo. Guardate David Silva, in prestito sì, poi titolare a 20 anni nel Valencia e ceduto al Manchester City per 38 milioni di euro».

Qualcosa l’Italia l’avrà capito.

«Lo ha imposto la crisi: basta acquisti per avere consenso popolare. Ormai nessuno più compra per ingraziarsi le tifoserie. Il grande colpo da Babbo Natale non è più previsto».

Lei ha un handicap uditivo.

«Sono sordo al 60% dalla nascita. Ho bisogno di leggere il labiale. Non mi sono mai abbattuto, anzi mi ha aiutato: ad essere più concentrato, a farmi capire, a non perdere i dettagli. È la migliore risposta a chi vuol prendere in giro i diversi».

Una cosa che l’ha colpita dell’Italia?

«Il potere. È l’unica cosa che interessa e che qualifica la persona. Siete una società che si relaziona tra poteri, curiosa solo di valutarne quanto ne ha l’altro. Quello che ha dentro l’individuo non conta. In Italia il potere è la tua carta d’identità, in Inghilterra lo è la capacità personale. Però vi invidio la magistratura».

È un appassionato di giudici?

«Ho letto libri sulla mafia. Su Falcone e Borsellino, persone capaci di organizzare inchieste e di andare a fondo. Da noi in Spagna non è capitato. Avete una magistratura con i fiocchi. Spesso in Italia vengono fuori scandali, non è che il paese è più marcio degli altri, almeno non sempre, è che all’estero molte cose restano insabbiate».

Giocatori che l’hanno colpita?

«Didier Deschamps. Per il rispetto, per come dà la mano a tutti, per la calma. Come dico io: conta la testa, non il piede. Per questo mi piace il progetto Fiorentina: il carisma di Toni, la freddezza di Gonzalo, la cattiveria di Roncaglia, l’allegria di Cuadrado, la tenacia di Pasqual ».

Quali sono i mercati più interessanti?

«L’Europa, per me che non sogno invano. O giocatori che possono diventare comunitari. Se si vende è per ricostruire, non per sostituire. Il mercato balcanico ha grandi talenti, ma quello del centro Europa ha più cultura del lavoro. E mai dimenticarsi: il calciatore è una persona. È la persona che ti fa sbagliare l’acquisto non il giocatore».

Emanuela Audisio - La Repubblica