Sul Guerin Sportivo di questo mese compare una bella intervista all'ex viola Mario Bertini. Grande personalità, sia in campo che fuori, Bertini ha totalizzato 97 presenze in viola, squadra con cui ha anche esordito, segnando 13 reti dal 1964 al 1968. Ecco un estratto dell'intervista realizzata da Nicola Calzaretta:
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Bertini: “Io che lasciai Firenze nell’anno dello scudetto”
L'ex centrocampista Mario Bertini, in viola negli anni '60, si racconta. Molte gioie in maglia viola. E un grande rimpianto...
"Ho cominciato a giocare a calcio in piazza a Prato, dove non c'erano ruoli. C'era solo la voglia di correre dietro al pallone. Un giorno passò un allenatore del Prato, il signor Faccenda, per farci fare un provino. Io non ci andai perchè non avevo le scarpette. Quindi un mesetto dopo portai da un calzolaio un vecchio paio di scarpe e ci feci mettere i tacchetti, che in realtà erano dei chiodi. A fine provino mi presero, ma avevo i piedi insanguinati.
La svolta quando è avvenuta?
Nel torneo "Coppa Goracci" a Livorno. Nella finale, giocando da attaccante, segnai 3 gol. A ruota il debutto in C con il Prato a diciannove anni come ala sinistra. E mister Faccenda l'anno dopo mi portò con sé all'Empoli, sempre in Terza Serie".
Ricordi i risvolti economici di quei primi trasferimenti?
"Il Prato mi pagò 15 giorni di ferie in Versilia. L'Empoli mi offrì poco più di centomila lire al mese. Ma fu sufficiente una sola stagione da titolare come centrocampista perchè nel 1964 andassi alla Fiorentina in Serie A. Mi voleva anche il Livorno, che mi dava più soldi e la garanzia del posto da titolare, ma scelsi la viola. Con i primi soldi guadagnati a Firenze comprai una casa e permisi a mia madre di smettere di lavorare".
Che ambiente hai trovato a Firenze?
"Ottimo. A partire da Beppe Chiappella, l'allenatore, il mio papà calcistico dopo Faccenda. Fu lui che mi volle. Aveva fiducia in me e io in lui. La migliore dimostrazione avvenne all'inizio del terzo campionato. I primi due anni mi fece giocare mezz'ala. Poi arrivò Claudio Merlo ed ebbe l'idea di arretrarmi. Mi disse: "Ti metto mediano, così partendo da dietro sfrutti meglio la tua corsa e puoi essere più utile in attacco". Un'intuizione vincente".
E tra i compagni chi ricordi con particolare affetto?
"Humberto Maschio. Mi colpì il fatto che volle conoscere la mia famiglia. Così un giorno lo invitai dai miei a mangiare le pappardelle alla pecora. Il giorno del mio debutto in A mi disse: "Gioca semplice". Bastarono queste due parole perchè la tensione si sciogliesse del tutto. Oltre a Maschio, Kurt Hamrin, un fuoriclasse. Nel correre era ridicolo, davvero, ma la palla non gliela toglievi mai. E poi era abilissimo nei giochi di rimpallo con l'avversario. Di lui ho due cose da raccontare. La prima capitò in una partita contro la S.P.A.L. Feci un'entrata troppo dura, e lui mi riprese davanti all'arbitro dicendo che non stavamo giocando in un campo di patate, ma che eravamo in Serie A. La seconda successe nella finale di Coppa Italia contro il Catanzaro, il 19 maggio 1966. 1-1 al novantesimo, si va ai supplementari. Rigore per noi. Lui prende il pallone, viene da me e, consegnandomi la palla, mi fa: "Fammi vedere di che pasta sei fatto". Io non me lo feci ripetere due volte. Tirai. Palo, palo e poi finalmente gol. Andò bene. E così si vinse anche la Coppa. Firenze mi ha dato le prime soddisfazioni vere. Ho vissuto in una famiglia, con personaggi unici come Amarildo che stava minuti davanti allo specchio a lisciarsi i capelli, e Ricky Albertosi, una grande ala sinistra durante la settimana, visto che in porta si allenava quando ne aveva voglia. Il giorno del mio esordio prese un gol balordo su calcio d'angolo. Io imprecai e lui, senza fare una piega: "Era imparabile, vai, gioca!" "
E quando lasciasti Firenze per andare all'Inter?
"Lasciare la Fiorentina nell'anno dello scudetto, beh, fa girare i cosiddetti. Per vincere il campionato la Fiorentina ha dovuto mandare via i migliori: Albertosi, Brugnera e Bertini..."
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