Viola News News viola Rassegna stampa Dainelli: "Fiorentina? Ho capito tutto dopo l'addio. Ora pazienza con Grosso"

Dainelli: "Fiorentina? Ho capito tutto dopo l'addio. Ora pazienza con Grosso"

Redazione VN
L'intervista di Dario Dainelli a la Repubblica: passaggi sul suo passato viola fino al presente del club

Dario Dainelli è uno dei protagonisti della storia recente della Fiorentina. Da capitano ha guidato i viola fino alla Champions League, vivendo anche la memorabile vittoria di Anfield contro il Liverpool. Da dirigente ha poi seguito i primi anni della gestione Commisso. In occasione del centenario viola, Dainelli ha ripercorso alcuni dei momenti più significativi della sua esperienza a Firenze, raccontati nel libro “Fiorentina 100. Storie e ricordi del secolo viola” di Giuseppe Calabrese.

Dainelli, il periodo successivo a Calciopoli è stato uno dei più particolari della vostra storia. Quanto vi aiutò affrontare quelle difficoltà?

Per me fu fondamentale. Proprio nei momenti complicati si capisce il valore delle persone e quel periodo ci rese ancora più uniti. Eravamo convinti di giocare la Champions League e improvvisamente ci ritrovammo a dover lottare per obiettivi completamente diversi, prima di riuscire a conquistare l’Europa con un record di punti. Mentalmente non fu semplice, soprattutto per chi era appena arrivato. Quell’esperienza ci diede però grande orgoglio e la consapevolezza di essere un gruppo formato non soltanto da calciatori, ma soprattutto da uomini.

Poi arrivò la Champions League, fino alla notte di Anfield. Che significato ha per lei?

È stato il punto più alto della mia carriera. Quel girone lo vincemmo con cinque vittorie in sei partite, anche grazie all’esperienza accumulata l’anno precedente, quando eravamo usciti nella fase a gironi. Fu qualcosa di straordinario e irripetibile. Purtroppo non ho potuto vivere la trasferta di Monaco di Baviera, ma quella Champions rimane comunque una delle pagine più belle della storia recente della Fiorentina.

Come descriverebbe la sua Fiorentina e il rapporto con la famiglia Della Valle?

Andrea era molto più di un presidente: era un amico, una persona vicina alla squadra, anche per il modo in cui si rapportava con noi. Diego, invece, rappresentava il patron e aveva una personalità e un carisma molto forti. Era più distaccato, ma sapeva essere presente nei momenti importanti.

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E Cesare Prandelli che ruolo ebbe?

«Fu il collante del gruppo e il principale artefice di quei risultati. Aveva la capacità di tenere insieme tutte le componenti e di creare un ambiente speciale».

Che tipo di gruppo eravate?

Eravamo una famiglia. Siamo arrivati a trasformare il rapporto tra compagni in amicizie che sono durate nel tempo. Abbiamo ancora una chat nella quale compleanni, anniversari e ricorrenze diventano occasioni per scherzare. Con Frey, Gobbi, Pasqual, Toni, Pazzini e Gilardino ci incontriamo ancora diverse volte durante l’anno. Con altri ci vediamo meno, ma quando proponiamo di ritrovarci sono praticamente tutti disponibili.

Che ricordo conserva invece del rapporto con Firenze?

Firenze era magica. Tra la squadra e la città si era creato un legame speciale. All’epoca non avevamo una struttura moderna come il Viola Park e gli allenamenti ai Campini erano aperti al pubblico. Questo ci permetteva di avere un contatto quotidiano con i tifosi, di percepirne gli umori, la pressione e anche l’entusiasmo dopo le vittorie. Quel rapporto diretto ci dava una forza enorme.

Quando ha capito di essere entrato nella storia della Fiorentina?

Probabilmente soltanto quando sono andato via. Non sono una persona che ama manifestare troppo le proprie emozioni, anche per evitare di sembrare ruffiano, ma al momento dell’addio non sono riuscito a trattenere quello che sentivo. L’affetto e il tributo ricevuti dalla gente mi hanno fatto comprendere che avevo lasciato qualcosa di importante e positivo.

Qual è il suo augurio alla Fiorentina per il centenario?

L’amore dei fiorentini verso la Fiorentina resterà sempre, indipendentemente dai risultati. Però alla squadra e ai suoi tifosi auguro soprattutto una cosa: più goduria e meno sofferenze. Vorrei vedere più vittorie, quelle che sono mancate alla mia Fiorentina. La Champions rappresentò un risultato straordinario, anche dal punto di vista mediatico, ma il rimpianto più grande resta la semifinale di Coppa UEFA persa contro i Rangers Glasgow.

Che idea si è fatto della Fiorentina attuale e di Fabio Grosso?

Credo sia importante che l’ambiente riesca a mantenere equilibrio, anche se non è semplice, soprattutto dopo una sconfitta come quella di Roma. Conosco Grosso sia dal punto di vista umano, avendolo conosciuto quando era calciatore, sia come allenatore, avendolo affrontato diverse volte. Ha tutte le qualità per fare bene e portare la Fiorentina in alto, insieme al lavoro della società e di Fabio Paratici. Bisogna però avere pazienza: la squadra è stata profondamente rinnovata durante l’estate e ha bisogno di tempo per trovare i giusti equilibri.

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