Gonzalo: "A Firenze sono diventato uno di voi. Meritavamo di vincere qualcosa"
Gonzalo Rodriguez è stato ospite del podcast ufficiale della Fiorentina “Un Secolo Viola”. Cinque stagioni in maglia viola, la fascia da capitano, oltre venti gol in Serie A da difensore centrale e un legame fortissimo con Firenze. L'argentino ha ripercorso i momenti più importanti della sua esperienza in viola, dalla prima stagione con Montella fino all'addio, passando per il 4-2 alla Juventus, le sfide europee e i tanti rimpianti di quegli anni.
Cosa significa per te essere parte del Centenario Viola?
Eh, sono molto, molto contento. Ho visto i fenomeni che c'erano l'altro giorno alla festa e essere parte anche di loro, di questa squadra, di questa città, è sempre un orgoglio. Tornare qua, vedere tanti ex compagni e vedere i tifosi uscire dallo stadio è qualcosa che non si dimentica mai.
ACF Fiorentina v Pescara Calcio - Gonzalo -Serie A
Quando sei arrivato, nell'estate del 2012 insieme a Borja Valero, avresti mai immaginato di essere oggi così amato dai tifosi?
No, non me lo immaginavo. Quando siamo arrivati con Borja è vero che quello più importante era Borja, io venivo come il secondo. Ora essere qua e sentirmi così amato dai tifosi non me lo immaginavo. Prima della Fiorentina c'è stato un momento in cui non avevo squadra e la Fiorentina è venuta, mi ha preso. Sono arrivato come uno sconosciuto e alla fine essere così amato dai tifosi non me lo immaginavo mai.
La prima stagione con Montella partì subito benissimo. Cosa ricordi?
Abbiamo trovato subito il modo di giocare della squadra. C'erano quasi quindici giocatori nuovi e sapevamo quello che era successo l'anno prima. Avevamo qualche dubbio, se avevo scelto bene o no. Poi abbiamo iniziato a giocare quella prima partita con l'Udinese, ho visto la squadra e ho detto: ‘Questo è uno squadrone’. Essere parte di quella squadra rendeva le cose più facili anche a me.
Dopo quella partita c'è anche un aneddoto curioso: tu e Borja usciste dallo stadio e praticamente nessuno vi riconosceva.
Non avevamo la macchina, abitavamo insieme in albergo con Borja. Siamo usciti sulla strada e non ci salutava nessuno, finché è arrivato Lezzerini, che era nella squadra, e ci ha chiamato un taxi. Se no non sapevamo come tornare. Per quello è una sorpresa: dopo tanto tempo, dopo aver giocato qua e dopo tutti questi anni, ancora la gente si ricorda di noi.
Quella era una Fiorentina che giocava un calcio straordinario. Quanto è grande il rimpianto per non essere arrivati in Champions League?
Certo, il rimpianto c'è sempre, perché con quella squadra potevamo arrivare di più. Ma alla fine, se pensi che siamo arrivati tutti nuovi, arrivare quarti e giocando bene con una squadra forte per noi è stato bellissimo. Quello che ci piaceva era come giocavamo. Al di là di vincere o perdere, giocavamo bene, alla gente piaceva e facevamo un calcio bellissimo.
Tu eri un difensore centrale molto moderno, spesso protagonista anche nella costruzione dell'azione. Quanto era importante quel modo di giocare?
Quella era un'idea anche di Pradè e Macìa. Mi hanno portato a me e Borja perché avevano visto al Villarreal la connessione che avevamo tra di noi: io portavo la palla e Borja si sapeva muovere benissimo. Poi è arrivato Pizarro e avere lui in mezzo per me era facilissimo. Avevamo una colonna vertebrale che sapeva giocare con il pallone.
In quella squadra c'erano Pizarro, Aquilani, Borja Valero, Cuadrado, Rossi...
Erano tutti giocatori a cui piaceva il pallone, giocare e fare passaggi. Avevamo tantissima qualità e talento. La squadra doveva giocare in quel modo e lo abbiamo capito subito. Per quello le partite uscivano così.
Poi c'è il 4-2 contro la Juventus. Cosa ti viene in mente quando ripensi a quella partita?
È stata una partita talmente strana. Perdere il primo tempo 2-0 e andare nello spogliatoio in casa sapendo che la Juve era fortissima, con giocatori fortissimi, e poi uscire nel secondo tempo così è stato incredibile. È quello che ti dice qualsiasi tifoso per strada: dobbiamo vincere contro la Juventus. Fare una partita così è stato incredibile e naturalmente ha generato tanto entusiasmo.
E il rimpianto più grande?
Forse la finale di Coppa Italia. Eravamo talmente vicini a vincere qualcosa e tutti volevamo quello. La squadra per me meritava di vincere qualcosa. Iniziare perdendo 2-0, poi quasi pareggiare... è stato molto duro. Per me quella squadra meritava di vincere e forse quello è il rimpianto più grande.
Anche in Europa ci sono state grandi serate, dal Tottenham alla semifinale contro il Siviglia.
Sì, erano tutte squadre forti. Sapevamo che la Fiorentina non veniva forse considerata allo stesso livello, ma noi volevamo affrontare squadre così. Il Tottenham aveva tantissimi giocatori e spendeva tantissimo. Noi eravamo una squadra più umile, ma sapevamo giocare a pallone. Abbiamo battuto anche la Roma e poi ci siamo fermati con il Siviglia.
Qual è stato il compagno più forte con cui hai giocato?
Per me Giuseppe Rossi. Lo dico sempre. L'ho conosciuto al Villarreal. Certo, poi ho visto Salah, Borja e altri giocatori incredibili, ma quello che ho visto in Giuseppe non l'ho visto in nessuno.
E com'era il vostro gruppo?
Bellissimo. Siamo stati benissimo. Nel calcio ci sono sempre dei gruppi, ma la cosa importante è che tra tutti ci fosse una connessione. C'erano quelli che parlavano spagnolo, gli italiani, ma abbiamo avuto un rapporto tra tutti e stavamo bene. Anche vincere ti aiuta a fare quello, ma erano bellissime persone.
Qual è il ricordo più bello della tua esperienza con la Fiorentina?
Ce ne sono tanti. Forse non è stato bello, ma quando sono andato via. Vedere la gente e i miei compagni che mi salutavano è stato un momento bello. Poi mi sono reso conto di quello che avevo dato alla Fiorentina.
È stato difficile andare via?
Malissimo, fa malissimo. È molto duro andare via di qua. Io lo sapevo, ma sono arrivato come uno sconosciuto e sono andato via conosciuto. Io venivo a giocare la Champions con il Villarreal, ma quando arrivi qua devi dimostrare. La gente, finché non dimostri in campo che puoi fare bene per la Fiorentina, non ti conosce. Dopo, quando ho sentito l'amore dei tifosi, non solo dentro il campo ma anche per strada, lo sentivo per qualsiasi cosa facessi.
Cosa rende così speciali i tifosi della Fiorentina?
Sono molto passionali, come gli argentini. Sono molto simili in quell'aspetto. Non solo in campo, ma anche per strada. Io andavo al supermercato, abitavo qua e mi facevano sentire quell'amore in tutte le parti della città. Alla fine, se stai bene fuori dal campo, vai a stare bene dentro.
E oggi chi è Gonzalo Rodriguez?
Ora sono più padre che ex calciatore. Ho i miei figli piccoli, mi piace stare con loro e mi godo ogni momento con loro e con mia moglie. Un po' il calcio lo volevo lasciare da parte, perché la vita del calciatore, per i tempi e per i figli, è molto difficile. Io ora preferisco stare bene, avere i miei tempi e decidere.
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