Viola News News viola Desolati: "A Firenze arrivai in calesse. L'intesa con Antognoni? Magica"

Desolati: "A Firenze arrivai in calesse. L'intesa con Antognoni? Magica"

Redazione VN
Claudio Desolati per 'Un Secolo Viola': i 10 anni a Firenze, Antognoni, le critiche alla marcatura moderna e la scoperta di Elena Linari

Dieci anni con la maglia della Fiorentina sul petto, oltre 150 presenze, la Coppa Italia del 1975 e la Coppa di Lega Italo-Inglese. Claudio Desolati si è raccontato a cuore aperto ai microfoni del podcast ufficiale della società, "Un Secolo Viola". Di seguito l'intervista:

Cosa si prova a far parte di un "Secolo Viola"?

"Ero emozionatissimo il giorno del Centenario, perché erano tanti anni che non frequentavo più lo stadio. Di conseguenza per me l'amore verso il pubblico è sempre stato eccezionale. Capivo anche le motivazioni quando si perdeva o si giocava male: io per due o tre giorni non uscivo di casa per rispetto verso le persone. La gente viene allo stadio per applaudirti e per vedere cose belle, non in negativo. Probabilmente non dico che ho pianto, ma qualche lacrima mi è scappata durante la festa"

Cosa rappresenta per te la Fiorentina?

"La Fiorentina è il massimo. Io non posso stare senza vedere la Fiorentina: guardo tutte le partite, anche quelle amichevoli. Poi analizzo un po' la situazione: chi gioca, chi non gioca, i perché e i per come. Ora il calcio è cambiato, c'è un gioco un po' particolare e sono tutti liberi, non c'è più la marcatura che c'era quando giocavamo noi. Io avevo dietro lo stopper che mi teneva per la maglietta per tutta la partita, non c'era il VAR come oggi. Dentro di me dico: non è possibile. Se fossi l'allenatore, prima di tutto darei la possibilità ai miei giocatori di marcare gli avversari più bravi, quelli che fanno gol. Un uomo addosso a mezzo metro, senza toccarlo, ma incollato. Quando un attaccante è marcato stretto la palla non gli viene mai data, se invece gli lasci due metri ti fa una finta, parte prima e va in porta a fare gol. Purtroppo non vedo più marcare".

Caricamento correlate...

Prima di arrivare qui, cosa rappresentava per te la Fiorentina da bambino?

"Io sono belga di nascita e ho vissuto fino a 12 anni in Belgio. Mio padre era minatore con 10 figli. Quando decise di tornare in Italia non andavo a scuola perché parlavo fiammingo e poco italiano. Bisognava lavorare e andai a giocare nei Due Galli di Massa. Poi mi notò Angelo Tongiani, presidente della Carrarese e dirigente del Genoa. Andai a Genova e a 15 anni e mezzo mi allenavo già con la prima squadra di Silvestri, detto 'Sandokan', insieme a Turone e Pruzzo. Dopo due anni e mezzo suonano al campanello: mi dicono di preparare i bagagli. Salgo in macchina e mi chiedono: "Ti piacerebbe giocare nella Fiorentina?". Non ci volevo credere".

Come fu il tuo primo impatto con Firenze?

"Mi accompagnarono da Massa Carrara a Firenze. All'uscita dell'autostrada si affianca una macchina e mi dicono: "Vedi cosa c'è fuori?". C'era un calesse con un cavallo. Mi dissero: "Sono venuto a prenderti". Salii su quel calesse tremando dall'emozione, mi portarono a pranzo al ristorante Il Che c'è c'è. Avevo 15 anni e mezzo e fu un'accoglienza incredibile. Mi allenavo con la prima squadra e giocavo con i quindicenni, vincendo due tornei di Viareggio".

In quei 10 anni sei entrato nel cuore dei tifosi. Qual è l'ingrediente segreto?

"La gente a Firenze ti amava. Io fin da piccolo ascoltavo le partite in macchina con mio padre, sentivo i nomi dell'Inter di Facchetti e Mazzola e a 14 anni gli dissi: "Un giorno ci giocherò contro". Lui mi prese per pazzo, ma tre anni dopo ero in campo contro di loro. Con i compagni eravamo tutti fratelli, si scherzava e prima della gara si andava a tastare il terreno per scegliere i tacchetti giusti. Ai miei tempi l'allenatore ti diceva: 'Se scivoli due volte ti levo, vuol dire che non sei pronto mentalmente'".

Ci racconti l'intesa con Giancarlo Antognoni?

"Giocare con Giancarlo era uno spettacolo. Quando lui riceveva palla io partivo già, perché sapendo di avere lo stopper dietro e il libero più distante non ero mai in fuorigioco. La palla mi arrivava perfetta, ma a volte sbagliavo lo stop. Gli chiesi il perché e lui mi spiegò che calciava di collo esterno, quindi la palla arrivava con un giro particolare. E poi quei palloni pesavano due chili! Però mi sono veramente divertito con grandi uomini e amici".

Che ricordi hai della finale di Mitropa Cup persa nel 1971-72 contro il Cilik Zenica?

"Quella sera giocammo contro grandi campioni, una squadra eccezionale. Noi eravamo quasi tutti ragazzi giovani. Quando perdi non hai scuse, abbiamo ammesso di aver giocato male senza dare la colpa al pubblico. Quando si perde bisogna accettarlo".

Nel 1975 arrivò però la gioia della Coppa Italia...

"A Roma fu eccezionale! Io avevo 20 anni, Antognoni 21, Roggi 22: eravamo tutti ragazzini. Vincere 3-2 contro il Milan fu fantastico. Ci parlavamo tantissimo in campo, ci si aiutava su ogni pallone. Nello stesso anno vincemmo anche la Coppa di Lega Italo-Inglese contro il West Ham. Ricordi che ti rimangono dentro per sempre".

Qual è il tuo rimpianto più grande? E la gioia più bella?

"Rimpianti non posso averne: esordire in Serie A a 16 anni è il massimo. Oggi i giovani fanno 10 minuti e poi spariscono perché non si allenano costantemente con i più grandi. La gioia più grande resta la tripletta contro l'Inter e il gol alla Juventus, le due squadre più forti dell'epoca".

Che idea ti sei fatto del Viola Park e dove vedi la Fiorentina in futuro?

"Se potessi tornare indietro mi dividerei per 25 giocatori pur di usufruire di una struttura del genere! Solamente per vedere una meraviglia simile avrei dato l'anima. Ai miei tempi c'era solo lo stadio e il campo militare lì dietro. La cosa meravigliosa è che il pubblico viola c'è sempre stato, anche quando si perdeva".

Come stai oggi e di cosa ti occupi?

"Mi sono operato l'anno scorso a ottobre. Nel 1978 in Svizzera mi operai per una doppia frattura a tibia e perone, ma ho continuato a giocare ovunque. Ho avuto una scuola calcio per tanti anni e tra i miei allievi c'era una giovanissima Elena Linari: la mamma mi chiedeva perché non la facessi giocare in attacco, ma io dissi subito che aveva le doti per fare il centrocampista o il difensore. Aveva una grinta unica e calciava con entrambi i piedi. Guardate che carriera straordinaria ha fatto!".

Caricamento raccomandazioni...