C'eravamo tanto amati (e ci amiamo ancora). A presto Pepito
Quando il 4 gennaio del 2013 Daniele Pradè con un blitz americano riuscì a convincere Giuseppe Rossi che la Fiorentina avrebbe potuto essere la sua rivincita italiana, fui certamente esaltato dalla scommessa giocata dal Ds viola, anche perché nel luglio dell'anno precedente avevo ipotizzato, tra il serio e il faceto, che la Fiorentina avrebbe dovuto giocare d'anticipo su tutti e tentare la carta Pepito prima che tornasse quel fuoriclasse che la Fiorentina non avrebbe più potuto acquistare.
Ebbene avevo avuto la stessa idea di Pradè che con bravura e pazienza aveva lavorato per mesi per portare Pepito a Firenze. 10 milioni più 6 di bonus fu il prezzo della scommessa. Per vederlo in campo i tifosi della Fiorentina dovettero aspettare il 19 maggio (in campo dal 64' al posto di Cuadrado in Pescara-Fiorentina 1-5). Ma quello era solo un piccolo antipasto perché Pepito Rossi, il ragazzo del New Jersey che vive per il calcio, doveva ancora tornare.
E la cosa non tardò perché il campionato 2013/14 ci ha fatto capire cosa poteva (e adesso diciamo avrebbe potuto) fare Pepito in viola. In gol da subito contro il Catania, raggiunge il top il 20 ottobre 2013 realizzando una storica tripletta nella gara di campionato contro la Juventus vinta in rimonta per 4-2. E non si ferma lì: 16 gol in mezzo campionato, capocannoniere assoluto senza se e senza ma. Fino ad arrivare al 5 gennaio 2014, quando Rinaudo stronca la corsa di Pepito con un fallaccio inutile a centrocampo che segna l'inizio di un calvario da cui Pepito sta uscendo forse solo ora dopo due lunghissimi anni e tanti sacrifici.
Era ormai nell'aria, ma oggi sono arrivati i saluti di Giuseppe (qui sotto il nostro video) che per ritornare a respirare calcio, se ne torna in Spagna in una squadra di secondo livello come il Levante. Non importa la classifica, non importa il lignaggio, Giuseppe vuole solo giocare con il suo amato pallone, attrezzo del mestiere che ama più di ogni cosa (secondo solo alla famiglia).
Come fare a parlar male di un ragazzo così. Eppure in giro ho letto che non avrebbe avuto riconoscenza per la società che lo ha pagato due anni per farlo curare, che avrebbe dovuto aspettare e soffrire in silenzio insieme al gruppo. Ma al cuore non si comanda e Pepito, più che della maglia e della sua persona è innamorato del gioco del calcio e quando dice che il suo non è un addio, ma un arrivederci, oppure quando leggi le sue dichiarazioni su twitter (leggi qui) ci possiamo tutti rendere conto di quanto ho scritto, ovvero il calcio fatto di emozioni, quelle emozioni che Pepito ci ha dato per sei mesi e che un maledetto infortunio ci ha negato.
Arrivederci Pepito, io ti aspetterò perché, ricordando il grande maestro Ettore Scola che è scomparso proprio oggi, possiamo dire che noi (e intendo tutti i veri tifosi della Fiorentina) c'eravamo tanto amati, ma sono sicuro che noi Pepito lo amiamo ancora e lo faremo sempre.
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