Calciatori come Ribery vivono per giocare partite come quella di domani contro la Juventus. I passi avanti con Sassuolo e Verona non bastano più
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Se davvero è un problema di brividi, di un contesto gioco forza adeguato alle disgrazie di questo maledetto 2020, per Franck Ribery non c'è miglior sfida di Juventus-Fiorentina per sfoggiare la miglior versione di se stesso. Il perché, anzi, i perché non hanno bisogno di grandi spiegazioni e vanno dal prestigio dell'avversario fino l'aria di uno stadio vuoto ma comunque suggestivo, passando per la sfida a distanza con Ronaldo (il Pallone d'Oro 2013 è una ferita ancora aperta). E ancora: la crisi della Fiorentina, il peso sentimentale che si porta dietro la sfida ai rivali di sempre e la voglia di gridare al mondo di poter fare ancora la differenza. Potremmo continuare fino a domani mattina, ma il senso di questo lungo elenco rimarrebbe più o meno lo stesso: calciatori come Ribery vivono per giocare partite come quella di domani.
Esaltano la loro personalità, segnando una differenza netta, inconfondibile, tra chi le soffre e chi le domina. Forse a 37 anni, con le mille attenuanti riconducibili alle difficoltà del mondo Fiorentina, non possiamo pretendere che Ribery le vinca da solo, ma l'orgoglio del campione impone qualcosa in più rispetto a quanto fatto vedere dal numero 7 viola nell'ultimo anno solare. Al netto dei rischi che comporta la scelta di affidarsi anima e corpo ad un giocatore dal grande passato ma ormai vicino al tramonto, i passi avanti mostrati nelle ultime due gare (più col Sassuolo che contro il Verona) devono essere solo l'inizio. Non ci sono contratti in scadenza o riflessioni sul futuro che tengono.
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