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EDITORIALE

Ci ricorderemo di questa Fiorentina

Marco Bucciantini
L'editoriale di Marco Bucciantini per Violanews: "Sarebbe importante se questa mentalità, questa volontà che a volte cammina sul crinale fra coraggio e imprudenza, restasse"
Marco Bucciantini

Ci ricorderemo di questi anni all’attacco, perché tutto resta. È proprio questa identità, questo voler fare e determinare che talvolta fa sembrare insufficienti i gol fatti e insopportabili quelli presi. La Fiorentina merita di più dall’interpretazione che offre quasi sempre nelle sue partite: invece che generare orgoglio, quest’evidenza provoca frustrazione, rimpianto, delusione. Forse tutto si tiene perché è un popolo troppo distante dalle sua storia (che ripetiamo allo sfinimento: è superiore a quella degli ultimi anni, nei risultati e nei giocatori). Ma se la Fiorentina ha ancora qualcosa da chiedere alla stagione lo deve a se stessa, al suo coraggioso modo di pensare e vivere e spingere le partite. Ai gol presi e a quelli sfiorati. Stando ai dati, è una squadra che “torna”: è la sesta difesa del campionato e il sesto attacco. Eppure sembra aver subito molto di più e segnato molto meno. Perché lascia delle sue partite un’impronta superiore a questo pareggio. Allora dobbiamo capirci, e trovare una sintesi almeno in questo: arriva a questo bilancio dando tutto, cercando di superarsi, provocando impressioni maggiori rispetto ai valori dei dati. Questo è essere squadra, è essere almeno un tipo di squadra (in breve: avere una identità - essere squadra - e possedere una mentalità: essere una squadra d’attacco).

Un gol subìto di troppo

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Trenta tiri in porta anche contro il Brugge, una squadra buona, in salute, che lotta per vincere il campionato belga, che ha esperienza internazionale e giocatori di spessore (Thiago e Vanaken, certamente). Al solito, la spremitura delle statistiche, il succo, è avaro: tre gol sono tanti, specie in coppa, ma sembrano inferiori al tanto attaccare. Due gol subiti in quel tipo di partita sono invece troppi, il primo arrivato sullo sviluppo di un tiro che sarebbe finito fuori di metri, tanti metri, invece è finito sul braccio di Biraghi. Il secondo provocato dal disorientamento di Ranieri, uno dei migliori in stagione (e anche contro il Bruges, fino al gol di Thiago): quello è il gol di troppo, preso per troppo entusiasmo, dopo l’espulsione che poteva spaccare la semifinale. Ma un'errata lettura di due giocatori, non certo per una cattiva impostazione di reparto, visto che c’erano due centrali su un solo attaccante, ma entrambi lasciano a Thiago la linea retta verso la porta. Però le avversità del giovedì, sfortuna (rigori) e errore (il 2-2), sono superati dai gol fatti, dalla forza di tornare sempre in vantaggio e di viaggiare in Belgio con questo gol in più che certifica solo una, importante verità: all’inizio della partita, la Fiorentina è in finale. Poi, dovrà difendere questo vantaggio e qui possiamo solo ripetere quello che resterà: la Fiorentina difenderà attaccando. Qualsiasi cosa abbia da difendere: un vantaggio, se stessa, un lavoro quotidiano, la paura di subire, la volontà di autodeterminarsi. Questo resterà nella memoria che un trofeo continentale gratificherebbe, ne faciliterebbe la condivisione, momento decisivo perché la memoria di qualcosa si trasformi da esercizio individuale a cultura. Accadrebbe oltre sessant’anni dopo l’ultimo, unico e sicuramente superiore trofeo. Ma sarebbe importante se questa mentalità, questo protagonismo, questa volontà che a volte cammina sul crinale fra orgoglio e ottusità, fra coraggio e imprudenza, restasse anche nel gruppo, nella società, nelle scelte che verranno e chiunque potesse aggiungere del suo, raffinando e se ne è capace evolvendo questo lavoro che è stato enorme, che deve restare importante.


Una squadra vera

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La Fiorentina è squadra, vibra insieme, pensa insieme, si esalta e deprime insieme. A parte alcuni momenti superiori di Gonzalez e i presentimenti geometrici di Bonaventura, colpi che se assicurabili ci darebbero già il trofeo, quasi sempre è stato impossibile dividere la Fiorentina, scomporla nelle sue parti. Tutti hanno lottato, anche contro i propri limiti, non sempre superandoli. La Fiorentina in questo spendersi avrebbe meritato una concordia di gratitudine (cosa diversa dal giudizio finale) e un allineamento della passione: non sempre è successo. Ma non è un pezzo che vuole biasimare nessuno, ognuno è libero nei suoi pensieri, purché siano educati e rispettosi. Oggi, poi, è troppo difficile trovarsi in qualcosa o qualcuno in comune. L’ossessione della critica ha dirottato la libertà del pensiero premiando la protervia e l’eccesso anche nei giudizi più semplici, valicando il rispetto delle persone e dell’impegno altrui. E l’opinione estrema, anche quando vuota di contenuto (ma piena di livore) è reclamizzata dalla necessità dei media (dai network ai blog) di esistere: pensate allo strazio della mia professione se per sopravvivere è ridotta a questo. In questo pensiero debole non voglio perdere contatto con un pensiero forte, che è quello della Fiorentina, del suo essere, del suo giocare. Vorrei anche scivolare dai massimi sistemi verso questi atleti, trattenere ancora qualche ora la gioia sconfinata di Belotti, che cercava il gol come si cerca un sorso d’acqua nel deserto, Belotti e la sua immensa dedizione a ogni causa, compreso la sua. Vorrei rivedere l’ardire di Sottil, che s’intesta giocate difficili, e ripeterle fino a prepararsi un’esultanza che non sia quello stupore che ha pervaso lui (e noi). Vorrei ricordare quel momento in cui tutta la squadra, tutto lo stadio, tutta Firenze convergono sopra Nzola, risucchiati dal festoso imprevisto: sarà impossibile cambiare giudizio sulla sua annata, ma può essere impossibile dimenticare quel momento, se ci avrà portato in finale. Il comico diceva: la felicità, in fondo, è un momento di distrazione. Come un gol. La Fiorentina cerca il gol, per sé, per tutti.

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