Gianni Mura scrive: “Il savoir faire degli ultrà e dei camerieri robot”

Gianni Mura scrive: “Il savoir faire degli ultrà e dei camerieri robot”

L’articolo di Gianni Mura su La Repubblica

di Redazione VN
Mura

Una cosa sembra certa: ogni giorno una scoperta. Questa serie di scoperte ci inquieta e ci diverte. Prima le esclamazioni del Trap, poi l’intervista di Vespa al figlio di Riina. Avendo molto potere, Vespa è sensibile al potere, quale che sia. Criticarlo perché ha intervistato il figlio di Riina è sbagliato. Criticarlo per come l’ha intervistato è giusto. Mentre è sbagliato che Vespa, per alleggerirsi la posizione, tiri in ballo Enzo Biagi. Non è il caso. Biagi, la Rai lo fece fuori. A Vespa non accadrà mai. Altra scoperta, all’inizio di aprile: «I dipendenti dichiarano più degli imprenditori ». Titolo che leggo ogni anno da circa vent’anni, dev’essere una situazione consolidata. Cosette che si possono fare anche senza passaporto, non c’è bisogno di andare fino a Panama. Inquietante, per molti, il raduno di capi ultrà in una stanza del Senato. Per me, abbastanza divertente. Se c’è Vito Crimi tra gli organizzatori, non può essere una cosa seria. Certo, potevano pure organizzare l’incontro altrove, in una sede meno impegnativa, ma in questo caso non si sarebbe attirata l’attenzione. Abbastanza divertente, per chi l’abbia visto in azione, la presenza di Claudio Galimberti, in arte Bocia, in giacca e cravatta. Un po’ di tono, ragazzi, è il Senato. Il Bocia ha collezionato nove daspo, è sorvegliato speciale, dalle 22 alle 6 non può uscire di casa, a Bergamo e dintorni la sua parola è vangelo. Se la frase vi suona irriguardosa, sappiate che il Bocia ha definito papa Francesco «il più grande ultrà del mondo» e che il Cristo dipinto crocifisso nella chiesa dell’ospedale san Giovanni XXIII ha le fattezze del Bocia. Il pittore, Andrea Mastrovito (nome in curva: Giotto), non conferma né smentisce. «Che la leggenda circoli », ha commentato, precisando poi che, oltre ai suoi genitori, il Bocia è la persona che più gli ha insegnato amore e rispetto. Un martire, insomma, anche se non ha l’abitudine di porgere l’altra guancia. Solo giudici, poliziotti e un po’ di giornalisti, tutti infami, si ostinano a non vedere l’aureola.

Ultrà, al di là del calcio, è gran parte dell’Europa: questa è casa nostra e qui non vi vogliamo. Ma, tornando al calcio, ci sono storie dimenticate che val la pena di conoscere. Come quella di Virgilio Motta, tifoso interista non di curva. Nel derby del 15 febbraio 2009 un gruppo di ultrà scende al primo anello per cancellare l’onta di una bandiera rossonera strappata dal basso. Motta prende un pugno che gli distrugge un occhio. Il 17 luglio il giudice condanna sei ultrà del Milan, tra cui un capocurva, a pene da sei mesi a quattro anni e mezzo, più un risarcimento di 140mila euro. Mai visti, perché tutti gli aggressori risultarono, guarda un po’, nullatenenti. Senza un occhio e senza la speranza di potersi curare, Virgilio Motta s’impiccò nel maggio 2012. Tecnicamente non è un morto da stadio, in parte sì. Ma è anche un morto da solitudine, da abbandono. Come quelli che 30 anni fa morirono in 23 per il vino avvelenato dal metanolo e quasi altrettanti sopravvissero con gravissimi danni neurologici e di cecità. Il risarcimento fu fissato in un miliardo di lire a testa, di cui 160 milioni immediati, per ogni vittima, ma il processo, come ha ricordato il Venerdì, cominciò anni dopo e per gli avvelenatori ci fu tutto il tempo per risultare nullatenenti. A 30 anni di distanza nessuna delle famiglie colpite ha visto una lira o un euro. Il grandinare delle ingiustizie può creare, sta creando, pericolosa assuefazione. (…)

 

L’articolo integrale di Gianni Mura nell’edizione nazionale de’ La Repubblica in edicola

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