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Da outsider di lusso a comparsa, così la Fiorentina si è fatta male

I numeri impietosi raccontano il crollo tecnico di un club che ha abbandonato l’ambizione di essere una società davvero europea

Redazione VN

Dal quarto al tredicesimo posto (augurandosi che non peggiori) in cinque stagioni. Da quota 64 dell’ultima squadra firmata Montella ai miseri quaranta punti di questa annata disgraziata.Dalla lotta per il titolo di campione d’inverno durante il primo anno di Sousa a quella (ora incredibilmente reale) per non finire in serie B. Dal ventitreesimo posto nel ranking Uefa nel febbraio del 2017 al 38esimo attuale, destinato a peggiorare ancora visto che anche a settembre le coppe europee ripartiranno senza Fiorentina. Dagli attaccanti prolifici e in doppia cifra a Benassi (un centrocampista) capocannoniere della squadra a due giornate dalla fine del campionato.

La crisi che sta divorando la Fiorentina, come si vede, ha in realtà origini lontane. Per qualcuno bisogna risalire alla fine dell’ultimo anno del primo Montella, per altri a quel gennaio del 2016 quando nonostante i viola stessero lottando per il primo posto a vincere fu l’autofinanziamento finendo per mettere in discussione per la prima volta anche le reali ambizioni dei Della Valle.

Già, i proprietari. Che dall’entusiasmo delle notti europee targate Fiorentina Olé si sono progressivamente disillusi fino al j’accuse firmato Diego Della Valle su La Nazione. Ma se da una parte l’azionista di maggioranza viola non può essere contestato quando rivendica l’impegno economico profuso in quasi vent’anni, dall’altra dimentica di analizzare (almeno pubblicamente) quei numeri che raccontano il crollo tecnico della Fiorentina e che alla fine hanno rinforzato il malumore di una piazza che ha finito per cedere ai contestatori stanca di non essere supportata dai fatti.

E così, in quattro stagioni in casa viola si è dilapidato un capitale che era stato conquistato faticosamente negli anni precedenti anche e soprattutto grazie alla volontà degli stessi Della Valle di costruire un modello sportivo diverso in un contesto italiano sempre più misero e corporativo. Sia in campo che fuori la Fiorentina ha abbandonato l’ambizione ad essere una società moderna, che strizzava l’occhio all’Europa (e ne rispettava le regole a partire dal fair play finanziario) con un gruppo di manager internazionale (il trio Pradè-Macia-Rog), per rinchiudersi in una sorta di «piccolo mondo antico», un club nel quale i ruoli finiscono inesorabilmente per sovrapporsi e perfino annullarsi a vicenda.

Difficile allora pensare che potesse arrivare un finale diverso da quello a cui stiamo assistendo. Perfino la sponsorizzazione sulla maglia (dopo la parentesi «Folletto) è tornata ad essere una chimera per una società che in questi anni ha buttato via la possibilità di crescere anche sotto il profilo del merchandising e della comunicazione (anche quella social). Il marchio Fiorentina, insomma, è oggi molto meno appetibile di un tempo.

Il capitolo stadio, poi, rappresenta il simbolo del cambio di rotta in casa viola. Quello che dal giorno della prima presentazione al Four Season nel 2008 sarebbe dovuto essere il traino decisivo per compiere il salto di qualità e portare definitivamente la società nel club delle grandi d’Europa è visto ora dallo stesso Della Valle come un cerino acceso da dover lasciare in mano a qualcun altro, un fastidio di cui liberarsi il prima possibile, tanto da invitare provocatoriamente il Comune a «farselo da solo».

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. E se le contestazioni (diventate veementi solo negli ultimi mesi) non hanno certo aiutato, sarebbe riduttivo addossare esclusivamente alla piazza le responsabilità di questa lunga e inesorabile discesa della Fiorentina nella graduatoria del calcio italiano ed europeo. Diego Della Valle ha rimandato a fine campionato nuove parole che aiuteranno, forse, a capire meglio il futuro viola. Che al momento appare troppo scuro per poterlo intravedere. Meglio sarebbe provare a capire davvero come la Fiorentina sia passata dall’essere un’attraente outsider a triste comparsa.

Ernesto Poesio - Il Corriere Fiorentino

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