Prandelli avverte ''Siamo al bivio''

Rassegna stampa - 07/09/2009 7.26.49

Bentornato tra gli allenatori. Eh sì, perché do­po aver coperto nella Fiorentina anche i ruoli di comunicatore e uomo immagine, facendo intra­vedere qualità manageriali e un futuro alla Fergu­son (con la pretesa pure di decidere il merca­to...), Cesare Prandelli torna a fare solo il suo me­stiere. Quello dell’allenatore, appunto. Cioè di chi proverà a tirar fuori il meglio «dalla rosa che mi hanno messo a disposizione» che «da azienda­lista », «in una fase di crisi generale» ha accettato e che «è una mezza impresa allenare tra un cam­po e l’altro». Demotivato? No. Ci crede ancora Ce­sare, lui il sogno di vincere a Firenze, di lottare qui per lo scudetto, lo coltiva sempre, e «non ci sarà giorno in cui ogni singolo minuto del mio impegno nella Fiorentina non sarà dedicato a raf­forzarlo, quel sogno». Ma non chiedetegli, alme­no quest’anno, di fare anche da garante.

In Prandelli si è verificata una significativa mu­tazione che pure, è giusto ripeterlo, non intacca motivazioni, impegno e professio­nalità. Da colui che metteva la fac­cia su Progetto e ambizioni, a colui che lavora con quello che ha.
«É un anno così, di transizio­ne », dice Prandelli. Non tanto per quanto riguarda gli obiettivi sta­gionali, che «la Fiorentina proverà comunque a confermarsi o a mi­gliorarsi », anche se «bisogna esse­re realisti...». Perché un allenatore può dare un valore aggiunto, ma per dirla alla Corvino, la lana è lana e la seta è seta. La transi­zione è un’altra. E riguarda il Progetto, a un bi­vio. Da una parte c’è la P maiuscola e dall’altra la p minuscola. Prendere una o l’altra strada segne­rà il futuro della Fiorentina. E il suo futuro a Fi­renze: «Non escludo nulla» chiuderà così l’inter­vista Cesare, senza polemica, ma senza nascon­dersi. La Cittadella ammette «è crocevia di tut­to », ma pesa molto, moltissimo, anche l’assenza di un centro sportivo che, lo dice e lo ripete, «re­gala non solo quei sette-otto punti all’anno ma, in generale, solidità, credibilità, spirito di corpo. Consente di lavorare, dare e tramandare i giusti esempi». Non esiste allenatore serio, con a cuore
le sorti del club, che tra un campione e le strutture scelga il pri­mo invece delle secon­de. Prandelli è stanco di tante, troppe difficoltà quotidiane, inesistenti in tante realtà ben più limita­te di Firenze. E allora questo «anno di transizione» può an­che essere definito «l’anno della gratitudine». Quella che sente per la società, la città e la gente e che lo ha con­vinto ad accettare tutto, senza pretendere, nell’at­tesa di sapere cosa accadrà. Ma la gratitudine non è eterna.

Lo scorso anno di questi tempi regnava l’entusiasmo. Oggi, nonostante la Cham­pions raggiunta, si respira malumore e in­quietudine. Lei comprende, condivide o si stupisce?
«Io dico che bisogna capire che siamo in una fase di crisi economica generale in cui la società ha fatto delle scelte. In primis quella dell’autofi­nanziamento. Non chiedetemi di entrare nei con­ti, non spetta a me stabilire il monte ingaggi o quanto deve costare e guadagnare x o y. Sono al­tri i referenti per queste cose. Io da aziendalista, riconoscente a questo club, ho accettato la politi­ca societaria e con essa tutte le conseguenze».
A partire dal mercato... Corvino l’ha tira­ta dentro: «Cesare era d’accordo».
«Il mercato è lungo, parte in un modo, può fi­nire in un altro. Ci sono prime scelte, seconde e terze. A volte ci sono alternative, a volte è prende­re o lasciare. Dipende...»

Si parte con Crespo e si finisce con Ca­stillo?
«Crespo è stata un’opportunità iniziale, l’in­gaggio non rientrava nei parametri e io questo devo rispettarlo. Ci siamo spostati su altri ruoli, quando siamo tornati sull’attacco le disponibili­tà si erano ulteriormente ridotte. Ma Castillo me­rita rispetto, si è presentato nel modo giusto e ci darà una mano».
Da garante del Progetto ad aziendalista ...
«Il Progetto esiste, ma vive una fase di transi­zione, bisognerà vedere cosa accade in altre se­di.
Essere aziendalista non è una ‘‘diminutio’’ a livello di impegno, anzi ti spinge a fare ancora di più. Raddoppi le forze per migliorare quello che hai a disposizione, per cercare novità nel gioco, ridare stimoli, mettere sul tavolo tutte le tue conoscenze, ampliandole, lavorando con lo staff in maniera ancora più attenta, con serietà, concentrazione, dedizione, senza per questo perdere la se­renità e anche il sorriso nella gestione dei rapporti».
Come si riaccende l’entu­siasmo nei tifosi?
«Attraverso il gioco, con una continuità di prestazioni che ab­binino solidità e spettacolo e mostrino una manovra corale, piacevole e offensiva. Siamo sulla buona strada, l’aggressivi­tà, l’intensità, i ritmi, l’atteggia­mento e molti movimenti che ho visto nel primo tempo col Palermo mi fanno ben sperare. Il gruppo c’è, lavora. Ci crede, vuole crescere. E non dimentichiamo che il pri­mo traguardo l’abbiamo già raggiunto con l’ac­cesso in Champions. Non siamo stati brillantissi­mi, è vero, ma non era facile esserlo: il mercato aperto, le distrazioni, l’impegno da ‘‘dentro o fuo­ri’’ quando ancora la stagione deve cominciare. Sale la tensione, senti la responsabilità. Era im­portantissimo raggiungere il risultato, ce l’abbia­mo fatta».
E nell’attesa che l’entusiasmo torni, i Del­la Valle sono amareggiati. Così li ha visti Corvino ...
«É una sensazione che ho percepito anch’io. Soprattutto in Andrea, che ci è stato molto vicino nell’ultimo mese. Spero sia solo un mo­mento, che possa servire come ‘‘provocazione’’. Ma la loro ama­rezza la avverto anch’io».
I conti almeno sono dolci. Da gennaio ad oggi sono en­trati 55 milioni e ne sono usciti meno di 20. Senza con­tare gli introiti Champions. Se non si può investire sugli uomini, si potrebbe farlo sulle strutture.
«Da quattro anni ripeto che ci manca un centro sportivo. Una casa dove vivere insieme, preparare al meglio le partite e la stagione. Una struttura all’altezza ti dà 7-8 punti in più a cam­pionato. Noi invece lavoriamo in condizioni dif­ficilissime. Siamo sballottati a destra e a manca. Gli spogliatoi da una parte, la palestra da un’al­tra, la sala massaggi-fisioterapia da un’altra an cora. Per arrivare in sala stampa devi attraversa­re lo stadio. Andiamo a correre su un campo, fac­ciamo allenamento tattico su un altro. Mangiare insieme è un’impresa. La sede e gli uffici sono a parte. Un club dovrebbe essere una famiglia, in­vece molti giocatori non conoscono neanche i dipendenti della Fiorentina perché viviamo in realtà separate. Il Franchi è un ‘‘porto di mare’’, io stesso a vol­te incrocio volti nei corridoi e mi chiedo se siano della socie­tà o no... Non è così che si crea la coesione e il senso di appar­tenenza » .
Tra big e giovanili, pochi contatti?
«Ho lavorato anni nell’Ata­lanta, strutture tutte concentra­te, tecnici che possono confron­tarsi e giovani che imparano dai grandi. Non sempre basta il talento, i comportamenti sono importanti. Un club è fatto di tradizione, di valori che si respi­rano e che passano anche attraverso i muri. Pen­sate per un ragazzino avere il privilegio di ‘‘cre­scere’’ accanto a uno come Jorgensen con la sua professionalità, educazione, puntualità, attenzio­ne ai comportamenti. Mi basterebbe dirgli: vedi lui? Ecco impara, l’esempio da seguire ce l’hai da­vanti,
in carne ed ossa».
Incisa è stata un’occasione perduta. Lei ci sarebbe andato?

«Il problema non è il posto, sono le strutture dove lavorare. Serve una casa per la Fiorentina, se era a Incisa andavamo a Incisa».
Dal Franchi ai Campini: l’erba questa sco­nosciuta ...
«Quando ero ancora in ritiro, ogni tre giorni telefonavo per avere notizie sul campo. ‘‘Stai tranquillo...’’, mi rispondevano.  Tranquillo ’na sega . Guardate come è messo il Franchi! (Con­fermiamo, siamo scesi sul terre­no di gioco, tanta terra, poca er­ba, molte buche, ndr). E i Cam­pini? Ancora peggio. Quando siamo tornati c’erano delle bu­che grandi così. Aspetto che vengano sistemati, per ora dob­biamo accontentarci di trenta metri scarsi di spazio dove lavo­rare. Le sembra possibile?».
Però anche voi... Ma non se ne era accor­to nessuno tra i dipendenti prima che lei tor­nasse?
«La Fiorentina paga un affitto per avere dei campi all’altezza, ma se non lo sono sarebbe me­glio muoversi per tempo. Bastava anche buttarci un occhio distratto per vedere in che condizioni pietose erano i terreni di gioco».
Dai Campini ai campioncini. É Jovetic il miglior acquisto della Fiorentina?
«Savicevic sostiene che tra 2-3 anni sarà un grande. E io sono d’accordo. Nel frattempo deve continuare a crescere e migliorare senza troppe responsabilità. A Bologna dopo un tempo era sta­to massacrato. Ora dite che è indispensabile. Io l’ho fatto giocare tanto lo scorso anno. E que­st’anno giocherà ancora di più. Dall’inizio o a par­tita in corso, in base alle esigenze. Sta capendo come si gioca con la palla e senza, in fase di pos­sesso e non possesso, per mettere il suo talento e la sua fantasia al servizio della squadra, senza che questa perda gli equilibri».
L’equilibrio rischia di perderlo Mutu con quella multa sulla testa. É tornato con i Be­cali e ricominciano le voci di mercato. É pre­occupato?
«Mutu sta vivendo una situazione difficile, ma al momento deve recuperare innanzitutto la con­dizione fisica. Il resto verrà naturale. Però la sere­nità è importante».
Zanetti ha detto che bisogna puntare a vincere tutto.
«Cristiano è un giocatore di esperienza, ha vis­suto in grandi realtà, capisce i momenti e sa cosa serve per creare spirito di gruppo».
Con Montolivo in campo però l’affiata­mento ancora non c’è.
«Poco complementari? La penso in maniera opposta. I giocatori di qualità possono sempre giocare insieme. Due anni fa ho proposto un cen­trocampo a tre Kuz-Liverani-Montolivo, tutti a dire che mancava l’incontrista e invece abbiamo giocato il nostro calcio migliore».
Montolivo dovrebbe avere delle motivazio­ni «mondiali»...
«Dobbiamo averle tutti, sempre e indipenden­temente dal Sudafrica. Ma certo la voglia di an­darci può aiutare lui ed altri candidati. A Riccar­do io non chiedo la giocata, ma la continuità di gioco. Non voglio un assist vincente, ma 80 pas­saggi fatti nel modo giusto».
«Ciao ragazzi, ciao»: alla lista si è aggiun­to Kuz.
«E mi è dispiaciuto molto. Negli ultimi due an­ni è stato tra quelli che avevo fatto giocare di più, nonostante avesse 20 anni. Perché stavamo inve­stendo su di lui. Ma Kuz è uno che, se messo in discussione, perde subito tranquillità e motiva­zioni, e ha chiesto di essere ceduto. L’amarezza per lui si unisce a quella per altri giovani che han­no preferito andar via piuttosto che mettersi in competizione dimostrando all’allenatore di meri­tare una maglia».
Perché non lo avete sostituito?
«Non si compra un grande centrocampista in 24 ore. Meglio dar fiducia a chi è già qui. Jorgen­sen e Santana possono giocare anche al centro».
La Fiorentina in campo sembra ancora un pò scolastica: baricentro basso, niente fuori­gioco, poche sovrapposizioni bassi, la mano­vra non convince ancora.
«Andiamo con ordine: il fuorigioco per me è una conseguenza di una pressione sull’avversa­rio, il tentativo di rubar palla alti. Senza aggres­sività è un suicidio farlo, come ci accadde lo scorso anno al Franchi col Lecce. Riguardo gli esterni, sia alti che bassi, dobbiamo migliorare le triangolazioni per trovare la profondità. Sul gioco in generale, per prima cosa dobbiamo es­sere propositivi, sempre. Ci sono due modi per cercare di arrivare al gol. Se hai una base tecni­ca straordinaria lo puoi fare attraverso il domi­nio della palla. Ma nel calcio attuale per non far riorganizzare gli avversari non devi tenerla troppo, ma arrivare in area in pochi secondi. Noi cerchiamo questa strategia».
Con l’addio di Spalletti è diventato il tecni­co con maggiore anzianità sulla stessa pan­china: 5 anni.
«In una classifica allora sono primo... Mi spia­ce per Luciano, in questi anni ha avuto intuizioni straordinarie. Inventando una fase offensiva sen­za punti di riferimento, ha espresso per due-tre anni il miglior calcio in Europa, soprattutto se rapportato al materiale a disposizione».
Le difficoltà di Milan e Roma fanno riflet­tere. Bastava davvero poco alla Fiorentina sul mercato per diventare la terza forza del campionato.
«Lo penso anch’io, bastava poco...»
E invece?

«E invece non lo siamo e ce la giochiamo con il Milan, le romane, le genovesi, il Napoli, il Paler­mo. La forbice va dal terzo all’ottavo posto. Mol­to dipenderà dagli impegni europei».
Grazie per l’assist. Il girone Champions vi presenta una rivincita e una sfida affasci­nante.
«Cominciamo col dire che il Lione, nonostan­te qualcuno sostenga il contrario, non si è indebolito ma rinforzato. Quando hai due uomini di spicco come Benzema e Juninho la squa­dra spesso si impigrisce affidan­dosi solo a loro. Cedendoli e ac­quistando bene, hanno ridistribui­to le responsabilità, tenendo alta la qualità».
E il Liverpool?

«La parola Liverpool mi riporta alla mente la tragedia dell’Heysel, sono passati 25 anni e resta tutto nitido come allora. Non sapevamo dei morti, ce lo dissero dopo. Boniperti non voleva far giocare la squadra, fummo costretti. Così come ci chiese­ro di andare sotto la curva. Ma nessuno di noi prese un euro per quella coppa, tutti i premi furo­no
devoluti in beneficienza».
Dall’Heysel ad Anfield...

«Io c’ho giocato e so cosa vuol dire. Un am­biente straordinario, l’inno, l’impatto. Ci devi ar­rivare da squadra unita, compatta, senza paura. Devi poter pensare ‘‘non siamo vittime predesti­nate’’, ci siamo anche noi. Per farlo devi scendere in campo ricco di conoscenze, di convinzione, di attenzione. E per ottenerle devi lavorare, impe­gnarti, provare e riprovare in allenamento».
E torniamo alle strutture, al Progetto. Ce­sare, la Cittadella è lo spartiacque?
«Sì è inutile negarlo. Con la Cittadella ci sareb­bero entrate importanti, si potrebbero riprende­re certi programmi, ripensare in grande».
É uno spartiacque anche per la tua perma­nenza?
«Non voglio escludere nulla. Io ho fatto la scel­ta di rimanere a Firenze perché convinto che que­sto sia un progetto vincente in un paio d’anni, ma se dovessero cambiare gli scenari si imporrà una attenta riflessione. Poi uno può inseguire al­tre ambizioni o rimanere ugualmente per amore verso una città che mi è stata vicina in momenti difficili della mia vita. Nulla è eterno, prima o poi finirà anche il rapporto professionale con la Fio­rentina. Ma a questa città e a questa gente io sarò sempre riconoscente».
Il giorno che dovesse andar via preferireb­be: un grandissimo club italiano, la naziona­le o un’esperienza all’estero?
«Un’esperienza fuori. Tutti i colleghi che l’han­no provata mi hanno raccontato di essere tornati arricchiti umanamente e che la qualità della vita è migliore. Un giorno vorrei provare, per vedere se è vero...».



Andrea Di Caro - Corriere Fiorentino

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